Giornata di formazione docenti 2004

Contributo del prof. Francis Contessotto (ex allievo del Pio X, insegnante di lettere e da oltre 20 anni Preside all’Istituto “Madonna del Grappa” delle Canossiane a Treviso)

Buona giornata. Quando parliamo di scuola è necessario porre al centro i destinatari, soggetti primari del nostro lavoro. Tener conto dei condizionamenti culturali e della società attuale sui ragazzi (ritmi del weekend, lezioni per casa, ecc.). Occorre guardare alla realtà, non per abolire cose importanti o rendere comoda la strada, ma per responsabilizzare nella misura in cui oggi i ragazzi possono ‘realisticamente’ assumersi responsabilità. Non sognare un mondo che non c’è più… fosse anche stato migliore (e a noi viene spontaneo pensarlo anche se non possiamo giurarci!) quel mondo di 30 anni fa non esiste più.
Non farò una relazione, ma una conversazione: vorrei mettere insieme a voi gioie e dolori, preoccupazioni e speranze, all’inizio di un cammino con i ragazzi che troveremo a scuola.
Questo momento dell’anno scolastico è privilegiato: si fanno i buoni propositi, si è dimenticata un po’ la fatica di giugno… poi ci sarà lo scarto tra le buone intenzioni e la realtà, ma bisogna caricarci di buone intenzioni, per rinnovare la vivacità interiore.
La prima grande domanda è: vale la pena continuare? Chi me lo fa fare? Continuare in una professione sempre meno riconosciuta socialmente. Dove possiamo attingere risorse di motivazioni valide per fare gli insegnanti?
Seconda domanda: quale senso ha insegnare in una Scuola Cattolica?
E una terza domanda, ancora più grande: qual è oggi il senso della scuola, in mezzo a tante e continue trasformazioni? Non possiamo più stupire i ragazzi con le nostre conoscenze, hanno tanti altri canali di informazione. Che cosa rende unico il servizio che la scuola rende ai ragazzi di oggi?
Insegnare in una Scuola cattolica può darci un valore aggiunto. Sì, il trovarci concordi su alcune convinzioni guida per le nostre azioni è il valore aggiunto. Oggi non ha senso parlare di scuola se non si parla di educazione, perché i ragazzi hanno bisogno di educazione, che è guida al senso della vita. Ragazzi senza un tratto distintivo, parcheggiati al mattino a scuola, e al pomeriggio divisi tra danza, musica, sport, nonni, amici… Educare vuol dire offrire una bussola. Certo, non siamo assistenti sociali, né catechisti. Il nostro compito è di educare attraverso la cultura. Ma tutto dipende dall’obiettivo che ci proponiamo. Voglio fare dei piccoli geni, o delle persone che imparino a stare al mondo e a scegliere con responsabilità? Il risultato non è garantito. La nostra è una professione simile a quella del contadino: seminare, e sperare… momenti di sconforto, da vincere in nome dei ragazzi. Chi ce lo fa fare? Ecco la prima risposta: i ragazzi che troviamo in classe. Stipendio, riconoscimento dei colleghi, sono utili conferme del nostro lavoro che però deve trovare nella educazione dei ragazzi il centro di propulsione.
L’intenzione educativa c’è anche nei genitori che iscrivono… che lo dicano o meno.
In questo dovrebbe distinguersi il Pof delle nostre scuole cattoliche. Non rincorsa a riempirci di cose, di attività, ma attenzione a distinguerci davvero nel modo educativo di mettersi in relazione con ragazzi e famiglie. Per esempio nella valutazione, che nelle nostre scuole sarà con più evidenza educativa. E anche la metodologia didattica, nuova non per gusto di cambiare, ma perché meglio rispondente alle esigenze antropologiche dei nostri ragazzi. Tutti il primo giorno di insegnamento forse abbiamo travasato il metodo con il quale era stato insegnato a noi. Ma adesso sono cambiati i ragazzi come è cambiata la società.
Quale riflessione ne sgorga?
Al primo punto metterei la domanda: “Come vorremmo che fossero i ragazzi al termine dell’anno e del percorso di studio?”. Ragazzo equilibrato, capace di buone relazioni, responsabile, ecc., non un genietto che ha tutte le risposte su tutti gli argomenti.
Nel tracciare il profilo del nostro alunno al termine del percorso, nella scuola cattolica dovremmo ispirarci al profilo di uomo che sgorga dal Vangelo. Voglio tracciare alcune linee.

a) La parabola del figliol prodigo: un figlio arrogante, che vuol rendersi indipendente (“sesso, droga e rock and roll”, diremmo oggi), e sperpera tutto. Poi rientra in se stesso – questo è il punto decisivo - , rilegge la propria esperienza, decide di abbandonare l’arroganza, ha nostalgia della casa e della premura del padre. I nostri ragazzi sono un po’ così, spesso ci scontriamo con la loro arroganza. Ma noi dobbiamo avere pazienza, e insieme essere vigili… Pronti come il padre della parabola. Conquistare l’autorevolezza. Finchè non si fidano, non si affidano a noi. Finchè non vedono che noi ci facciamo carico della loro vita, che siamo preoccupati per loro. Imparar a “comunicare” (parlare e ascoltare, ascoltare e parlare) con i ragazzi, con i colleghi e con le famiglie. L’educazione passa attraverso la relazione. Valore aggiunto della consonanza di intenti tra insegnante, colleghi, ragazzi e genitori. Valore aggiunto di una ispirazione cristiana sulla quale tutti concordiamo.

b) La samaritana. Gesù mette a nudo la sua situazione. Poi è diventata un’apostola, si è dedicata ad annunciare agli altri la bellezza di quell’incontro. Educare non vuol dire nascondere le cose, ma portarle alla luce e accettarle. Portare i ragazzi a conoscersi, a non dirsi le bugie, a chiamare per nome i propri pregi e i propri difetti, ad essere sinceri e proibirsi le scappatoie, a non aver paura del silenzio. Educare a momenti di silenzio per stare con se stessi e imparar ad accettarsi, in verità.

c) Parabola dei talenti. Il padrone che torna non premia in base al numero dei talenti che ognuno aveva, ma in base all’impegno che ognuno ha messo per farli fruttare. “Ma la valutazione deve essere oggettiva!” Come mettere d’accordo una valutazione oggettiva con questa parabola? Bella questione. Agli esami poi chiedono, e all’Università devono essere preparati nelle conoscenze! Non so la risposta, ma la questione dobbiamo affrontarla nelle nostre scuole ispirate alla proposta del Vangelo. Se Gesù ci dice che dobbiamo premiare in base all’impegno che uno mette nel far fruttare i propri talenti, e non in base al numero dei talenti che ci vengono portati, dobbiamo porci il problema. Almeno trovare il modo di gratificare debitamente chi lavora di più; almeno trovare il modo di segnalare agli sfaccendati che hanno doti e non le mettono a frutto che non apprezziamo molto la loro sufficienza con poco sforzo… Dobbiamo fare in modo che i ragazzi si sentano valorizzati per quello che possono dare. In questa parabola dei talenti c’è tutta la individualizzazione dell’intervento educativo. E c’è anche il richiamo della responsabilità: non è una parabola consolatoria. Gesù è molto duro con l’ultimo (e non aveva sperperato nulla!). Gesù è magnanimo con quello che aveva sperperato, ma poi riconosce e torna (il figliol prodigo), ma è molto severo con quello che riconsegna quello che gli è stato dato, senza impegnarsi.

d) “Ho avuto fame…”. La solidarietà, il farsi carico degli altri. Ci insegnavano: “chi fa per sé, fa per tre” e un insegnante aggiungeva: “e chi fa con gli altri, prende un tre”. Adesso c’è il cooperative learning. E’ cambiata la consapevolezza di ‘persona’. Sono pochi i ragazzi disposti a impegnarsi per gli altri, nel volontariato, in politica… Non possiamo pretendere di avere il 100% disposti ad aiutare gli altri, ma occorre lavorare su questo fronte.

e) Il giovane ricco. “Che cosa devo fare per avere la vita eterna?” è la domanda del senso della vita. Coltivare le domande di senso, ed essere esigenti. Gesù solleva quel giovane dall’ordinario (osservare i comandamenti) all’impegno più alto (lo fissò, lo amò e gli disse: va’, vendi quello che hai… vieni e seguimi). Quel giovane non accetta la proposta, mentre invece l’aveva accettata Zaccheo, trasformato dall’incontro con Gesù. La domanda di senso c’è dentro ai ragazzi: compito nostro è di farla emergere, di coltivarla.

Da queste pagine del Vangelo possiamo trarre alcune linee di antropologia cristiana, che devono ispirare lo stile educativo, gli atteggiamenti da coltivare nei ragazzi nella nostra opera educativa.
- La conoscenza di sé (figliol prodigo, samaritana)
- La responsabilità (i talenti)
- La solidarietà (giudizio finale)
- La ricerca instancabile della verità (il giovane ricco).
Noi dobbiamo lavorare senza sapere se otterremo risultati, e in quale misura.

Certo è che dobbiamo creare il clima educativo, che faccia trasparire questi atteggiamenti in modo ‘trasversale’ in tutta la comunità educante.
Anche noi, come insegnanti, dobbiamo domandarci: che cosa vuol dire, per noi adulti nella scuola, conoscenza di sé, senso di responsabilità, solidarietà, ricerca instancabile della verità? E dobbiamo invitare anche i genitori ad interrogarsi su questo, e invitarli ad atteggiamenti che facciano capire ai ragazzi che anche per loro genitori è importante la conoscenza di sé, la responsabilità, la solidarietà, ecc.
Solo questa condivisione di atteggiamenti crea il clima educativo, indispensabile per essere “affidabili” agli occhi dei ragazzi, e poter contare quindi sul loro “affidarsi” a noi. Devono vedere in noi ciò che chiediamo a loro, con le nostre debolezze (da riconoscere), ma anche con tutto il nostro impegno a migliorare.
Se è vero che ci facciamo carico dell’impegno educativo, dobbiamo impegnarci a creare il clima educativo tra noi insegnanti e anche con i genitori.
“La scuola è il raccolto che costa più fatica, ma è il più prezioso perché di solito dalla scuola e dalle educazione dipende tutta la condotta della vita” (Santa Maddalena di Canossa).
Come rendere la scuola ambiente educativo? Rendere presente e trasversale ciò che chiediamo ai ragazzi, quello che noi riteniamo prezioso per i ragazzi, viverlo tra insegnanti, nella relazione con i ragazzi, nella collaborazione con i genitori.

L’educazione si gioca molto nella relazione.
Spesso identifichiamo l’educazione con le ‘prediche’: non servono a nulla se non c’è la relazione, il ponte di fiducia… Nelle prediche usiamo il “non”, il “sempre”, il “mai”, cose che non esistono nella vita concreta delle persone.

Gradini nella relazione:
- Accoglienza. “cuore di madre” diceva Maddalena di Canossa. Che cosa vuol dire accoglienza? Vuol dire, prima di tutto
- Conoscenza, attenzione verso chi abbiamo davanti. “Per insegnare latino a Pierino, occorre conoscere … Pierino”. Per avere conoscenza, occorre
- Ascolto.
- Fare una proposta
- Chiedere collaborazione.

E questo vale anche in relazione ai colleghi, e ai genitori. Che cosa significa accoglienza, conoscenza, ecc. con i colleghi? E con i genitori?
Questo è il punto della mia riflessione. Lo affido a voi, con tutti i limiti. Certo che lavorare in questo modo darà più senso anche al nostro lavoro, e costituisce la più valida motivazione per fare gli insegnanti, e per farlo al meglio.