Relazione del prof. Giordano Casonato
PROSPETTIVE EDUCATIVE E DIDATTICHE PER
UNA NUOVA STAGIONE NELLA SCUOLA CATTOLICA
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INTRODUZIONE
Questa estate ho insegnato con successo a
mio figlio più piccolo, Giovanni di quasi 6 anni, ad andare
in bicicletta senza rotelle. Era la terza volta che provavo, le
altre mie due figlie, Francesca di 13 anni, e Angelica di 8 anni
avevano imparato con la nonna perché i miei tentativi maldestri
di insegnamento non erano andati a buon fine. Mia moglie Stefania,
memoria storica degli apprendimenti importanti dei figli, sentenziava
senza appello che alle prime due figlie era la nonna ad aver insegnato,
senza ricordare minimamente i miei sforzi.
Quasi a giustificare i miei insuccessi in un dialogo tutto interno
mi dicevo che la bicicletta aveva il sellino troppo alto, che le
bambine avevano i muscoli non pronti, oppure che trovare l’equilibrio
per correre è difficile e richiede degli allenamenti preparatori.
A volte pensavo che una cosa tanto banale i bambini possono impararla
da sola, non hanno bisogno di un “insegnante” oppure
osservavo che i figli degli insegnanti sono spesso pessimi allievi.
Queste ed altre cose immaginavo di cercare come scuse per giustificare
i miei insuccessi di insegnante di educazione fisica senza laurea
ed abilitazione.
L’8 agosto 2006, quindi, con determinazione ho deciso che
per Giovanni era giunto il momento di imparare a correre in bicicletta
senza rotelle anche perché tutti i suoi amichetti dell’asilo
avevano già imparato tranne lui e Davide, anche quest’ultimo
figlio di insegnanti, entrambi con fisici con poca muscolatura e
più portati alle attività linguistico espressive e
informatiche che non a quelle motorie.
Contavo inoltre sul desiderio del bambino di stare con il papà
e fare delle “biciclettate” assieme, magari per andare
a trovare i nonni.
Il bambino si è convinto nonostante le precedenti cadute:
i bambini, nonostante tutto, si fidano del papà.
Ho cercato di capire cosa dovevo fare e la prima azione è
stata quella di portarlo dalla nonna e prendere la bicicletta con
la quale avevano imparato Francesca e Angelica.
Dopodichè l’ho fatto salire sulla bicicletta, modello
“velocina”, ruote piene, senza freni, e pedali che possono
andare avanti o indietro generando sempre il movimento delle ruote.
Gli ho tenuto il sellino e al momento giusto l’ho mollato
con una bella spinta. Risultato: il bambino era per terra, la bicicletta
con il pedale aveva fatto i suoi danni sul polpaccio sinistro e
Giovanni che cominciava a piangere mi diceva che lui non avrebbe
mai imparato a correre in bicicletta e che non voleva più
continuare a provare perché era ferito.
A quel punto è cresciuto in me un certo nervosismo, generato
forse dall’insuccesso suo ma soprattutto mio di insegnante.
Ritrovavo in pochi secondi tutte quelle giustificazioni che evocavo
prima e ho detto al bambino con un tono perentorio e minaccioso:
se non monti su quella bicicletta il papà non gioca più
con te!!! Poi ho aggiunto: il papà non ti spingerà
più devi fare da solo.
Credo che più della prima minaccia, il secondo suggerimento
abbia convinto mio figlio a riprendere la bicicletta e cominciare
da solo.
I primi tentativi erano tutti con i piedi ben ancorati a terra.
Il mio ruolo da propulsore fisico si stava trasformando in propulsore
educativo, nel senso etimologico del termine, di colui cioè
che tira fuori da dentro, incoraggiando i successi brevi, e diventando
più paziente nel rispettare i suoi insuccessi.
Il tutto è durato un pomeriggio e una mattina. La cosa bella
è stata vedere il bambino che imparava per gradi: prima si
muoveva con la bicicletta e tutti e due i piedi per terra; poi ogni
tanto metteva un piede sul pedale; il passo successivo era quello
di provare con tutti e due i pedali, ma i primi tentativi erano
fondati sulla paura di cadere per cui rimetteva immediatamente i
piedi per terra. Poi c’era da prendere consapevolezza del
manubrio, la testa doveva essere dritta e non guardare i pedali
in continuazione; l’energia della spinta iniziale doveva essere
più forte altrimenti non riusciva a tenere in equilibrio
la bicicletta.
Insomma anche una cosa così banale come correre in bicicletta
richiede una sequenza precisa di azioni con le adeguate energie
fisiche e motivazioni personali.
Da questa esperienza ho tratto le seguenti riflessioni:
1) Capire il contesto in cui tale apprendimento
si colloca è importante: tutti i tuoi compagni corrono
in bicicletta senza rotelle quindi anche tu puoi imparare
2) E’ utile una fissazione delle finalità dell’apprendimento
e un lavoro sulle motivazioni del bambino (se impari a correre
in bicicletta senza rotelle puoi andare a trovare i nonni con
il papà).
3) E’ altrettanto indispensabile definire bene l’obiettivo
dell’apprendimento che si vuole trasmettere (ho deciso che
puoi imparare a correre in bicicletta senza rotelle).
4) E’ opportuna una valutazione dei tempi in cui effettuare
gli insegnamenti (i cinque/sei anni sono l’età giusta
per imparare questa competenza e richiede poche ore di pratica
per essere insegnata).
5) E’ sicuramente importante un’analisi e una valutazione
sulle risorse e sui limiti del bambino (fisico gracilino, ma soprattutto
più portato per gli apprendimenti virtuali che fisici).
6) E’ necessaria un’adeguata valutazione dello strumento
meccanico oggetto dell’apprendimento (la bicicletta).
7) E’ vantaggioso avere la competenza didattica per poter
trasmettere l’insegnamento definito perché ciò
consente di avere chiare le sequenze delle azioni da compiere
per agevolare il processo di apprendimento.
8) E’ utile monitorare il processo di apprendimento per
capire quando passare all’azione successiva. E’ inutie
chiedere di correre con due pedali da subito quando il bambino
fa ancora fatica a trovare l’equilibrio con un pedale.
9) E’ sicuramente favorevole attendere gli esiti del processo
di apprendimento del bambino con pazienza e senza frustrazioni
personali dell’insegnante che dal bambino non vengono capite.
La didattica per PROGETTI è da sempre
la frontiera della scuola professionale, ma può diventare
una didattica innovativa anche per tutta la scuola.
Progettare significa mettere in campo una mentalità che
costruisce gli apprendimenti anziché trovarli pronti, mettendo
in gioco tutte le risorse personali (da quelle fisiche a quelle
spirituali).
A solo titolo esemplificativo si fanno dei confronti con i percorsi
tradizionali di apprendimento e la didattica per progetti:
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Pedagogia
per obiettivi |
Pedagogia
del progetto |
| Origine |
Legge Gentile sulla riforma scolastica |
Legge quadro del 1989 che rende obbligatori
i progetti d’istituto. |
| Qualità |
Gli obiettivi permettono una comunicazione
chiara delle prestazioni richieste allo studente. Le conoscenze
sono scaglionate dal semplice al complesso, con classificazioni
gerarchizzate. La pianificazione permette un’assimilazione
progressiva per gradi. |
Lega il sapere ad una situazione problematica
da risolvere. Lo studente non sviluppa i contenuti ma ne
scopre le finalità impiegandoli in un’azione.
Offre l’occasione di transfert, sviluppa capacità
strumentali e processi procedurali
|
| Difetti |
Le conoscenze si basano sulla memoria
a scapito della capacità di sintesi e di espressione.
Gli obiettivi di conoscenza sono privilegiati rispetto quelli
di capacità e competenza. |
Tende a trascurare il dominio delle
singole conoscenze: i contenuti a volte vengono trascurati
e l’apprendimento attraverso la scoperta è
lungo e dispendioso. Il modello è vago e manca di
rigore. |
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LO STILE DELLA FUNZIONE
DOCENTE
Tutto questo comunque non basta: non è
sufficiente cioè avere un metodo, o un approccio metodologico
per ottenere risultati nell’apprendimento. Occorre anche
dimostrare uno stile nella funzione docente che può essere
così sintetizzato:
LE P DELL’EDUCATORE
P = Persona
P = Progetto
P = Programma
P = Passione, Pazienza, Perseveranza
P = Professionalità
P = Processi comunicativi
P = Preghiera
PERSONA
Mettere al centro dell’attività
didattica la persona significa puntare almeno su quattro aspetti
fondamentali dell’essere uomini e donne:
1) Aspetto fisico motorio: valorizzare la
percezione del proprio corpo e la scoperta delle proprie potenzialità
è importante dall’età della fanciullezza
fino all’età adulta. E’ utile andare oltre
l’accettazione del proprio corpo e offrire agli allievi
obiettivi positivi che vanno nella direzione della scoperta
e valorizzazione del proprio corpo. Oltre l’ora di educazione
fisica si possono immaginare eventi ad hoc (incontri con squadre
che competono a livello nazionale, tornei tra scuole su diverse
discipline, escursioni naturalistiche …), con un obiettivo
fondamentale: far capire allievo le sue potenzialità
e i suoi limiti fisici e orientarlo verso “allenamenti”
adatti alle risorse esplorate.
2) Aspetto intellettuale: la crescita della
persona si progetta a partire dalle sue risorse intellettuali
espresse come capacità logico-matematiche, linguistico-espressive,
artistico creative. Questa è forse l’attività
che nella scuola riesce meglio in quanto incaricata a livello
istituzionale alla crescita intellettuale e culturale degli
allievi. Partire dalla persona vuol dire però che la
crescita intellettuale deve tener conto delle risorse dell’allievo
e della sua naturale predisposizione. Favorire la crescita di
tutte le capacità intellettuali è il compito della
scuola ma anche orientare l’allievo verso le attitudini
per le quali è più incline è altrettanto
importante. Chiedere ad allievi di partecipare ad attività
extrascolastiche dove possono mettere in gioco le risorse esplorate
è un modo per arrivare a far crescere intellettualmente
i nostri allievi oltre il percorso dei programmi ministeriali.
3) Aspetto emotivo: difficile inquadrare la
scuola come luogo di emozioni, o comunque ambiente dove queste
sono valorizzate e fatte emergere con consapevolezza guidandole
in modo positivo. Eppure se pensiamo a quanto allievi o ex allievi
della nostra scuola manifestano un affetto e a volte anche una
rabbia nei confronti della scuola ritengo che è proprio
il centro delle emozioni a costituire un aspetto fondamentale
per la crescita nostra e dei nostri allievi. Le proposte su
questo versante possono riguardare il quadro dei valori in cui
crediamo, l’affettività che soprattutto nell’età
adolescenziale è in piena esplosione. Mi chiedo sempre
quale sia la disciplina nella scuola delle emozioni: forse verrebbe
spontaneo dire l’italiano, e sicuramente siamo vicini
alla verità, ma mi chiedo se le altre discipline possono
essere esonerate dall’insegnare le emozioni o non ci sia
la possibilità di trasmettere un sapere anche logico-matematico
trasmettendo emozioni e cogliendo le emozioni provate dagli
allievi.
4) Aspetto spirituale: qui siamo nel
campo dell’io profondo della persona, siamo alla ricerca
dell’essenza e la persona ritrova le motivazioni profonde
all’essere e il senso della vita nella sua sfera spirituale.
La nostra scuola quali proposte mette in campo e su quali percorsi
sviluppa le attenzioni alla spiritualità? Può
sembrare un compito dell’insegnante di religione o forse
di filosofia, ma in qualità di scuola cattolica quali
esperienze o progetti costituiscono occasioni di sviluppo e
percezione da parte degli allievi della spiritualità
cristiana
PROGETTO
La scuola fonda la sua identità sul
progetto educativo che definisce la finalità verso cui tutte
le componenti scolastiche, educatori, allievi, genitori sono chiamati
a raggiungere.
“Dal progetto educativo del Collegio Vescovile PIO X”:
Ambiente di istruzione e di formazione umana e cristiana dove si mira
a realizzare una sintesi tra fede e cultura e tra fede e vita, proponendo
un itinerario di crescita culturale, umana, civile e cristiana.
In sostanza la finalità è realizzare una scuola per
la vita dove:
1) All’allievo si chiede di diventare capace di intendere la
vita come dono, il sapere come responsabilità, la professione
come servizio.
2) All’educatore si domanda la disponibilità al confronto,
alla formulazione di progetti ed itinerari formativi, all’impegno
morale con convinzione ideale, preparazione culturale e professionalità
3) Ai genitori si propone di collaborare per la crescita del bambino/a,
ragazzo/a, giovane, in spirito di comunione con le diverse componenti
scolastiche.
Un noto filosofo ricordava che quando i genitori
hanno un progetto i figli hanno un destino. I genitori per realizzare
il progetto si affidano alla scuola che quindi assume in sè
il compito di capire anzitutto se esiste tale progetto, di proporre
il patto formativo per il raggiungimento degli obiettivi educativi
condivisi, di monitorare il percorso verso il raggiungimento di
tali obiettivi, di valutare gli esiti finali e se serve ridefinire
le finalità e gli obiettivi del progetto iniziale.
L’insegnante è colui che accompagna
nel processo di crescita l’allievo e vive come suoi gli scopi
del progetto educativo della scuola, collabora alla realizzazione
del patto formativo tra scuola e famiglia, definisce gli obiettivi
di crescita del discente in una logica di crescita complessiva della
persona.
Ma l’educatore è
colui che sa cogliere il sogno del giovane e che lo aiuta nel cammino
della sua realizzazione.
PASSIONE
Il docente che insegna con passione
si nota e fa la differenza per l’apprendimento degli allievi.
La passione ha a che fare con la nostra motivazione. La ricerca,
verifica e identificazioni delle nostre motivazioni conduce alla
passione nelle cose che facciamo. Avere dei sogni, coltivarli, cercare
di realizzarli trasmette agli allievi la passione per quello che
si fa e si insegna. Il docente appassionato riesce a comprendere
l’allievo demotivato e trova spesso le argomentazioni per
motivarlo.
L’energia che mettiamo nelle nostre attività scolastiche
è fondamentale per il raggiungimento degli obiettivi didattici.
Persone spente, poco motivate difficilmente diventano veicoli di
conoscenza per altri: è difficile trasmettere un messaggio
con il cellulare in una zona dove non c’è campo!
Insegnare può essere un mestiere come un altro o può
diventare un’occasione per mettere in gioco il meglio di noi
e riuscire a trasferirlo a qualcun altro che può diventare
un po’ meglio di quello che era prima.
Ma la passione nasce dai valori che guidano i nostri comportamenti
e che assumono senso nello scopo che alla nostra vita ci siamo dati.
L’amore verso il prossimo e verso Dio sono le palestre del
nostro allenamento per arrivare a realizzare una relazione autentica,
costruttiva ed efficace con i nostri allievi.
PAZIENZA
Il docente usa spesso la pazienza del seminatore, l’ottica
del risultato non immediato, la ricerca attenta delle motivazioni
sull’allievo per comprenderlo prima di giudicarlo o valutarlo.
Il gusto dell’attesa per apprezzare i sacrifici che si fanno
nello studio. La volontà comunque di arrivare all’obiettivo
nonostante le difficoltà.
Da educatori queste cose le conosciamo bene, da allievi le comprendevamo
con un po’ più difficoltà. Insegnamenti che
prima sembravano sconosciuti che con l’impegno nello studio
risultano lentamente più comprensibili perfino facili. Educare
al sacrificio, all’attesa, all’impegno in una società
che propone il tutto e subito è una delle sfide a cui la
scuola non deve rinunciare.
PERSEVERANZA
La perseveranza per l’insegnante significa continuare a credere
nonostante tutto che quella classe, quell’allievo ce la faranno
a raggiungere gli obiettivi cognitivi ed educativi che avevamo fissati
nella programmazione annuale. Dobbiamo chiedere ai nostri allievi
di non mollare mai, di immettersi in una strada dalla quale si vuole
arrivare alla fine per poi riprendere una nuova strada. La perseveranza
è l’attitudine con la quale la persona si struttura
per raggiungere gli obiettivi che si è posti. Credere che
tutti possono imparare e la differenza è nella volontà
e nei tempi di apprendimento del discente e l’ottimismo costruttivo
dell’educatore.
PROGRAMMI SCOLASTICI
Tutto il nostro lavoro si inserisce all’interno di un contesto
ambientale ricco di programmi ministeriali, circolari esplicative,
progetti nazionali, regionali, provinciali e locali.
Siamo in continuazione sollecitati da case editrici che propongono
libri di testo più o meno rispondenti ai programmi ministeriali.
Libri di testo sempre più belli, schematici, semplici, per
un mondo di allievi sempre più video dipendenti. I percorsi
di apprendimento risultano più difficili da realizzare quando
da una sistema di apprendimento basato sulla scrittura si passa
ad un apprendimento basato sull’immagine.
I bambini di tre anni imparano ad usare il Calcolatore elettronico
(PC) perché i percorsi di accesso ai programmi sono con linguaggio
analogico e non digitale. Quindi lo stesso contenuto può
essere erogato con numerose e diverse modalità comunicative:
auditive (romanzi letti in audiocassette), visive (film tematici),
cinestesiche (esperienze personali coinvolgenti).
Il programma è fisso ma la modalità di “spiegazione”,
se orientata alla persona, cambia tenuto conto dei canali d’accesso
di apprendimenti degli allievi.
I programmi ministeriali sono ancora strutturati su un percorso
di apprendimento di tipo modulare per obiettivi, dove la programmazione
è il momento fondamentale per la buona riuscita del percorso
didattico.
L’approccio metodologico per progetti consente di inserirsi
dentro tale percorso in modo da rafforzare gli apprendimenti calandoli
all’interno di situazione reali.
L’autonomia scolastica, portata recentemente al 20% del monte
ore scolastico, consente alla scuola di potenziare l’offerta
formativa dentro un quadro programmatorio più flessibile
e quindi più vicino alle esigenze del territorio e dell’allievo.
Uscire dal tunnel del percorso: ministero-scuola-territorio-allievo,
per imboccare il sentiero: allievo-territorio-scuola-ministero può
cominciare anche da queste possibilità offerte dalla leggi
nazionali.
PROCESSI COMUNICATIVI
La trasmissione del sapere all’interno della scuola non è
un processo asettico, oggettivo, privo di emozioni, ma un processo
dove la relazione diventa l’elemento strategico per il buon
esito degli apprendimenti. Il modo in cui questi saperi si trasmettono
è fondamentale altrettanto quanto il contenuto.
Gli assiomi della comunicazione della scuola di Palo Alto ci dicono
che:
1) Non possiamo non comunicare
2) Ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e uno di relazione
3) La comunicazione interpersonale dipende dalla punteggiatura
4) La comunicazione può essere analogica o digitale
5) Si possono avere interazioni simmetriche o complementari
Corollari:
La responsabilità della comunicazione è dell’emittente
Non esistono errori ma solo informazioni
I processi comunicativi possono essere di tipo lineare o circolare
Nella scuola i processi comunicativi possono
riguardare:
1. I GENITORI
2. GLI ALLIEVI
3. I COLLEGHI
I GENITORI
La relazione con i genitori degli allievi si nutre di processi comunicativi
sporadici ma da intensificare lì dove si mettono in luce
difficoltà nella relazione con i propri allievi. In particolare
può essere utile dimostrare disponibilità all’ascolto,
chiarezza nella definizione delle problematiche dei ragazzi, volontà
di collaborazione con la famiglia per la ricerca delle soluzioni
e desiderio di definire degli obiettivi comuni su cui far crescere
gli allievi.
GLI ALLIEVI
La relazione con gli allievi è più stabile di quella
con i genitori, potremo definirla ricorrente. L’apprendimento
dell’allievo è spesso frutto del successo che sul piano
della relazione si innesca tra docente e discente.
La relazione allievo-insegnante è una relazione di tipo complementare
(up-down), dove chi emette il messaggio (l’insegnante che
trasferisce il contenuto del programma ministeriale) è comunque
sempre responsabile del successo nel trasferimento del messaggio.
I processi di comunicazione lineare più adatti all’età
del fanciullo devono gradualmente lasciare il passo ai processi
di comunicazione circolare più adatti all’età
adulta.
Essere consapevoli dei propri sistemi di comunicazione verbali,
paraverbali e non verbali, dei processi di apprendimento degli allievi
attraverso i sistemi auditivi, visivi e cinestesici facilita enormemente
gli sforzi dell’insegnamento da un lato e il processo di apprendimento
dall’altro.
I DOCENTI
La relazione tra docenti (tipica relazione simmetrica) favorisce
il raggiungimento degli obiettivi educativi condivisi solo se esiste
la “complicità” dei genitori che di fronte alla
semplice domanda del bambino: posso vedere la televisione??? Risponde
con assoluta serenità: cosa dice la mamma???
Il gioco di squadra, quindi è parte fondamentale del successo
educativo sugli allievi e diventa più semplice raggiungere
gli obiettivi quando sono condivisi nei fatti e non solo nelle parole.
PROFESSIONALITÀ
La professione docente è sollecitata
da continui cambiamenti dove sempre di più diventano centrali
i seguenti aspetti:
• conoscenza approfondita dei contenuti del proprio insegnamento
• studio, ricerca e affinamento delle metodologie didattiche
più efficaci
• aggiornamento regolare delle conoscenze curriculari
• formazione e autoformazione sui temi dell’educazione
e dell’orientamento
• utilizzo più frequente di strumenti quali riviste
specializzate, forum su internet …
La professionalità è una condizione dinamica della
persona che una volta acquisita si rianima attraverso una struttura
di pensiero e di azione sempre nuovi e creativi anche se ancorati
ai principi fondamentali della propria disciplina.
Il docente con professionalità cerca il nuovo senza temerlo,
lo governa all’interno di un percorso che conosce ma il cui
esito sull’apprendimento degli allievi è sempre alquanto
misterioso sia nell’efficacia sia nei tempi di apprendimento.
Il nuovo delle nostre discipline di solito sta più nella
didattica che nel contenuto e la professionalità è
quindi continua ricerca di nuove modalità didattiche per
riuscire a trasferire il contenuto della disciplina nel modo più
efficace possibile.
Il bravo insegnante si misura più facilmente dall’apprendimento
dell’allievo più demotivato e più scarso. I
più bravi probabilmente hanno meno bisogno di insegnanti.
Poi ci sono le sfide quasi impossibili …
La professionalità si misura anche nel realizzare gli obiettivi
disciplinari nei tempi fissati: ciò significa che non è
prioritario svolgere tutto il programma, ma realizzare gli obiettivi
nel tempo che abbiamo a disposizione.
Le dinamiche della classe poi sono quelle che forse più di
tutte mettono in gioco la professionalità docente: queste
sono la vera variabile imprevedibile della relazione docente-discente.
Sa tenere la classe???
Sa gestire i conflitti che sorgono al suo interno?
Le spiegazioni si svolgono in un clima che favorisce l’apprendimento
di tutti???
Lo svolgimento delle interrogazioni e dei compiti si svolge senza
suggerimenti e scopiazzature???
Si riescono a governare i leader negativi e a valorizzare quelli
positivi???
Le valutazioni favoriscono la motivazione dell’allievo all’apprendimento
o lo scoraggiano?
Cosa si fa per favorire il lavoro di gruppo tra allievi per migliorare
i processi di apprendimento???
Quale motivazione all’insegnamento abbiamo nelle classi difficili???
PREGHIERA
L’insegnante che si affida alla preghiera
sa che tutto il suo impegno, il suo lavoro, la sua dedizione, sono
sempre messi a dura prova. Troppo spesso non si vorrebbero sentire
quelle domande che ti fanno capire che il tuo lavoro lungo e paziente
è stato alquanto inutile. Affidarsi alla preghiera significa
credere che il nostro lavoro di semina non sempre ha risultati positivi
per lo meno nei tempi che ci siamo fissati.
La preghiera costante, meditata, ci ricorda che il nostro lavoro
è nelle mani di Dio e solo lui saprà se e quando i
frutti della nostra semina daranno i risultati attesi.
Pregare è quindi mettersi nelle mani di Dio, sapendo che
il nostro lavoro educativo ha bisogno della spinta di Dio per essere
completo.
Pregare è allenarsi a formare la parte spirituale della persona
per farla crescere secondo il piano di Dio
Pregare è ringraziare Dio per le nostre risorse educative
e motivazionali
Pregare insieme è rafforzarci nelle motivazioni all’insegnamento
dando una direzione ai nostri sforzi
Pregare è essere segno della presenza di Dio nella storia
dell’uomo
Pregare è in ultima sintesi l’abito dell’educatore
cristiano.
PRESENZA
L’EDUCATORE è colui che c’è nel senso
di:
1) Essere significativo nella relazione con gli allievi
2) Essere presente nei suoi processi di apprendimento
3) Essere presente nei suoi processi di cambiamento e orientamento
4) Dedicare il tempo che è richiesto dalla relazione
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ESPERIENZE DI GIOVANI:
PROGETTO PROFESSIONALE E PROGETTO SCOLASTICO
Esperienza A:
Il progetto personale professionale
Marco ha 27 anni, si è diplomato al liceo scientifico, si
è laureato in scienza della comunicazione e non ha ancora
risolto alcuni problemi personali che potremmo definire di tipo
depressivo.
Passa il tempo… Crescono gli amici … in particolare
i coetanei. Lui è ancora alla ricerca di un lavoro serio.
Prova delle esperienze lavorative, ma si sente inadeguato rispetto
alle richieste del mondo del lavoro.
E’ un po’ giornalista, un po’ scrittore, un po’
uomo di marketing, un po’ bloggista. Ma di tutti questi pezzi
di competenze non riesce a far sintesi con un lavoro serio o, comunque,
il nostro ambiente lavorativo non sa come valorizzare una persona
con tali risorse.
Sicuramente il problema più grave di Marco è la depressione,
ma come il cane che tenta di mordersi la coda non ci riesce, così
la depressione si accentua perché il mondo esterno lo rifiuta,
lo costringe a chiudersi in se stesso e ciò non fa che accentuare
il suo stato depressivo. Il mondo del lavoro che potrebbe diventare
motivo di guarigione non sa che farsene di uno come lui, oppure
lo vorrebbe prendere per piccoli pezzi delle sue competenze.
In realtà il problema è anche legato al fatto che
lui non riesce ad uscire dall’ansia che lo far star male,
e curare l’ansia in ambienti dove le parole efficienza, produttività,
sono un “must” non è sicuramente facile.
Resta il problema di capire cosa fare per aiutare Marco: Servizi
sociali????
La sua malattia gli impedisce di essere inserito in un ambiente
lavorativo. Le risorse personali ci sono… è un ragazzo
che quando scrive incanta … se non fosse per quel suo pessimismo
un po’ leopardiano un po’ da poeta maledetto che si
mette addosso e che talvolta lascia messaggi negativi nella mente
di chi legge.
Potrebbe avviare un progetto imprenditoriale o professionale, ma
la struttura fragile della sua personalità glielo impedisce.
Ci troviamo di fronte ad una situazione in cui la persona è
nell’apparente impossibilità di compiere una scelta,
almeno dal suo punto di vista, e qualsiasi suggerimento logico,
o proposta lavorativa rischiano di essere accolti per poi essere
quasi immediatamente ripudiati.
La famiglia tenta di garantire e sostenere la struttura della personalità
del ragazzo ma per vari motivi non ottiene grossi risultati. D’altra
parte la differenza culturale (padre e madre sono impiegati entrambi
con un diploma di ragioneria) non rendono la vita facile, il laureato
ha sempre la parola svelta e pronta nel controbattere alle obiezioni
dei suoi genitori.Chi si occupa di lui???
È utile che qualcuno si occupi di lui???
Qual è il problema principale del giovane?
Altre domande potrebbero essere formulate ma è sufficiente
in questo momento lasciarle senza risposta perché spesso
per riuscire a risolvere una questione bisogna prima capire qual
è il problema, come sanno bene coloro che da anni si occupano
di problem solving, problem posing e quant’altro.
Per trarre la sintesi da questa prima esperienza e cercando di focalizzare
cosa i genitori, gli educatori, ma anche semplicemente gli amici
possono fare per aiutare questo giovane io direi questo:
1) Capire che il gap tra scuola e lavoro è una delle componenti
importanti dell’insuccesso sociale di tale giovane.
2) La persona deve riuscire a trovare una sua meta, una sua strada
e compiere le scelte conseguenti a tale scoperta; in definitiva
è la scoperta del sogno (la finalità) che si deve
cominciare a realizzare.
ESPERIENZA B:
Il progetto per l’esame di Stato
L’allievo con carenze informatiche, poco motivato allo studio,
ma buone risorse cognitive personali
L’allievo Alessio ha una gran passione per i suoi pappagalli
che cura in una voliera a casa in un paesino della provincia di
Treviso.
Tale passione è forse la primaria, per lo meno rispetto allo
studio per il quale è portato ma non molto motivato. E’
quello che nel gergo burocratico-scolastico si definisce allievo
con buone potenzialità ma poco motivato allo studio.
Arriva in quinta superiore e si trova a dover scegliere il progetto
da presentare all’esame di Stato.
Lo avvicino per capire su quale tema vuole sviluppare il progetto
e la risposta è evasiva: non so, non mi interessa nulla,
posso fare a meno di realizzare il progetto …
La sfida alla scuola è lanciata: come agire per attivare
il giovane ad un impegno scolastico proficuo???
1^ considerazione:
Considerare gli obiettivi didattici dell’anno scolastico
2^ considerazione:
Analizzare il rendimento scolastico dell’allievo
3^ considerazione:
Capire la propensione naturale dell’allievo verso i temi che
più gli stanno a cuore
4^ considerazione:
Avviarlo alla realizzazione di un progetto in sintonia con gli obiettivi
scolastici e le sue propensioni naturali
L’informatica nell’indirizzo IGEA
è legata alla matematica e all’economia aziendale,
non è disciplina a parte, e quindi non avendo un voto a sé,
ma legato alla materia principale, il nostro allievo Alessio ha
ben pensato di trascurarla, tanto quando si sale nel laboratorio
di informatica ci sono due allievi per ogni PC e lui ha sempre trovato
qualcuno più predisposto all’uso del PC.
Nei primi quattro anni di scuola si è sempre accodato agli
altri senza particolarmente interessarsi all’uso del mezzo
informatico, tanto comunque la valutazione nella disciplina era
sempre sufficiente e il suo compagno tutto sommato lavorava bene
al PC.
Arriva in quinta e si vede che non è uno
“smanettone” del computer.
Il progetto si presta per mettere a fuoco gli obiettivi che l’allievo
deve raggiungere per il suo percorso di studi.
Serve all’ora un’idea che possa
coniugare l’obiettivo formativo con la sua predisposizione
naturale e motivazionale: gli propongo di elaborare un sito Internet
sui pappagalli che gli consenta di acquisire le competenze informatiche
ritenute da lui stesso carenti, e che gli fornisca lo slancio per
realizzare una cosa che veramente sia di suo gradimento.
Dall’idea al progetto il passo è breve, ma lungo e
faticoso è stato il percorso che ha portato all’idea.
L’esito del progetto è brillante (come Testimonia il
sito internet che pubblica il progetto) e alla domanda se è
subentrata la passione per l’informatica la risposta è
stata:”Prof. vengono comunque sempre prima i pappagalli”
-
CONCLUSIONE
L’apprendimento dei nostri allievi
è sempre più realizzato in modo reticolare per cui
gli insegnamenti della scuola si legano ad un vissuto personale
che a volte può far fatica ad attecchire.
L’ambiente sociale ed economico presenta influenze sempre
più importanti sui giovani e il patto formativo con le famiglie
fa i conti con la complessità delle sollecitazioni esterne
che arrivano ai nostri allievi.
La scuola con un progetto
educativo, un ambiente formativo, e degli insegnanti con uno stile
adeguato agli scopi definiti e condivisi dalla comunità educante,
sempre di più può diventare luogo di esplorazione
delle risorse dell’allievo (siano esse fisiche, intellettuali,
emotive e spirituali) per metterlo nella condizione di progettare
la sua vita ancorandola a valori umani e cristiani che lo aiuteranno
a inserirsi utilmente nella società civile ed ecclesiale.
Treviso, 6 settembre 2006
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