Aggiornamento e formazione docenti del Collegio Pio X settembre 2006

Relazione del prof. Giordano Casonato


PROSPETTIVE EDUCATIVE E DIDATTICHE PER UNA NUOVA STAGIONE NELLA SCUOLA CATTOLICA

  1. INTRODUZIONE

    Questa estate ho insegnato con successo a mio figlio più piccolo, Giovanni di quasi 6 anni, ad andare in bicicletta senza rotelle. Era la terza volta che provavo, le altre mie due figlie, Francesca di 13 anni, e Angelica di 8 anni avevano imparato con la nonna perché i miei tentativi maldestri di insegnamento non erano andati a buon fine. Mia moglie Stefania, memoria storica degli apprendimenti importanti dei figli, sentenziava senza appello che alle prime due figlie era la nonna ad aver insegnato, senza ricordare minimamente i miei sforzi.
    Quasi a giustificare i miei insuccessi in un dialogo tutto interno mi dicevo che la bicicletta aveva il sellino troppo alto, che le bambine avevano i muscoli non pronti, oppure che trovare l’equilibrio per correre è difficile e richiede degli allenamenti preparatori. A volte pensavo che una cosa tanto banale i bambini possono impararla da sola, non hanno bisogno di un “insegnante” oppure osservavo che i figli degli insegnanti sono spesso pessimi allievi.
    Queste ed altre cose immaginavo di cercare come scuse per giustificare i miei insuccessi di insegnante di educazione fisica senza laurea ed abilitazione.
    L’8 agosto 2006, quindi, con determinazione ho deciso che per Giovanni era giunto il momento di imparare a correre in bicicletta senza rotelle anche perché tutti i suoi amichetti dell’asilo avevano già imparato tranne lui e Davide, anche quest’ultimo figlio di insegnanti, entrambi con fisici con poca muscolatura e più portati alle attività linguistico espressive e informatiche che non a quelle motorie.
    Contavo inoltre sul desiderio del bambino di stare con il papà e fare delle “biciclettate” assieme, magari per andare a trovare i nonni.
    Il bambino si è convinto nonostante le precedenti cadute: i bambini, nonostante tutto, si fidano del papà.
    Ho cercato di capire cosa dovevo fare e la prima azione è stata quella di portarlo dalla nonna e prendere la bicicletta con la quale avevano imparato Francesca e Angelica.
    Dopodichè l’ho fatto salire sulla bicicletta, modello “velocina”, ruote piene, senza freni, e pedali che possono andare avanti o indietro generando sempre il movimento delle ruote. Gli ho tenuto il sellino e al momento giusto l’ho mollato con una bella spinta. Risultato: il bambino era per terra, la bicicletta con il pedale aveva fatto i suoi danni sul polpaccio sinistro e Giovanni che cominciava a piangere mi diceva che lui non avrebbe mai imparato a correre in bicicletta e che non voleva più continuare a provare perché era ferito.
    A quel punto è cresciuto in me un certo nervosismo, generato forse dall’insuccesso suo ma soprattutto mio di insegnante. Ritrovavo in pochi secondi tutte quelle giustificazioni che evocavo prima e ho detto al bambino con un tono perentorio e minaccioso: se non monti su quella bicicletta il papà non gioca più con te!!! Poi ho aggiunto: il papà non ti spingerà più devi fare da solo.
    Credo che più della prima minaccia, il secondo suggerimento abbia convinto mio figlio a riprendere la bicicletta e cominciare da solo.
    I primi tentativi erano tutti con i piedi ben ancorati a terra. Il mio ruolo da propulsore fisico si stava trasformando in propulsore educativo, nel senso etimologico del termine, di colui cioè che tira fuori da dentro, incoraggiando i successi brevi, e diventando più paziente nel rispettare i suoi insuccessi.
    Il tutto è durato un pomeriggio e una mattina. La cosa bella è stata vedere il bambino che imparava per gradi: prima si muoveva con la bicicletta e tutti e due i piedi per terra; poi ogni tanto metteva un piede sul pedale; il passo successivo era quello di provare con tutti e due i pedali, ma i primi tentativi erano fondati sulla paura di cadere per cui rimetteva immediatamente i piedi per terra. Poi c’era da prendere consapevolezza del manubrio, la testa doveva essere dritta e non guardare i pedali in continuazione; l’energia della spinta iniziale doveva essere più forte altrimenti non riusciva a tenere in equilibrio la bicicletta.
    Insomma anche una cosa così banale come correre in bicicletta richiede una sequenza precisa di azioni con le adeguate energie fisiche e motivazioni personali.


    Da questa esperienza ho tratto le seguenti riflessioni:

    1) Capire il contesto in cui tale apprendimento si colloca è importante: tutti i tuoi compagni corrono in bicicletta senza rotelle quindi anche tu puoi imparare
    2) E’ utile una fissazione delle finalità dell’apprendimento e un lavoro sulle motivazioni del bambino (se impari a correre in bicicletta senza rotelle puoi andare a trovare i nonni con il papà).
    3) E’ altrettanto indispensabile definire bene l’obiettivo dell’apprendimento che si vuole trasmettere (ho deciso che puoi imparare a correre in bicicletta senza rotelle).
    4) E’ opportuna una valutazione dei tempi in cui effettuare gli insegnamenti (i cinque/sei anni sono l’età giusta per imparare questa competenza e richiede poche ore di pratica per essere insegnata).
    5) E’ sicuramente importante un’analisi e una valutazione sulle risorse e sui limiti del bambino (fisico gracilino, ma soprattutto più portato per gli apprendimenti virtuali che fisici).
    6) E’ necessaria un’adeguata valutazione dello strumento meccanico oggetto dell’apprendimento (la bicicletta).
    7) E’ vantaggioso avere la competenza didattica per poter trasmettere l’insegnamento definito perché ciò consente di avere chiare le sequenze delle azioni da compiere per agevolare il processo di apprendimento.
    8) E’ utile monitorare il processo di apprendimento per capire quando passare all’azione successiva. E’ inutie chiedere di correre con due pedali da subito quando il bambino fa ancora fatica a trovare l’equilibrio con un pedale.
    9) E’ sicuramente favorevole attendere gli esiti del processo di apprendimento del bambino con pazienza e senza frustrazioni personali dell’insegnante che dal bambino non vengono capite.


    La didattica per PROGETTI è da sempre la frontiera della scuola professionale, ma può diventare una didattica innovativa anche per tutta la scuola.
    Progettare significa mettere in campo una mentalità che costruisce gli apprendimenti anziché trovarli pronti, mettendo in gioco tutte le risorse personali (da quelle fisiche a quelle spirituali).
    A solo titolo esemplificativo si fanno dei confronti con i percorsi tradizionali di apprendimento e la didattica per progetti:

    Pedagogia per obiettivi
    Pedagogia del progetto
    Origine
    Legge Gentile sulla riforma scolastica
    Legge quadro del 1989 che rende obbligatori i progetti d’istituto.
    Qualità
    Gli obiettivi permettono una comunicazione chiara delle prestazioni richieste allo studente. Le conoscenze sono scaglionate dal semplice al complesso, con classificazioni gerarchizzate. La pianificazione permette un’assimilazione progressiva per gradi.
    Lega il sapere ad una situazione problematica da risolvere. Lo studente non sviluppa i contenuti ma ne scopre le finalità impiegandoli in un’azione.
    Offre l’occasione di transfert, sviluppa capacità strumentali e processi procedurali
    Difetti
    Le conoscenze si basano sulla memoria a scapito della capacità di sintesi e di espressione. Gli obiettivi di conoscenza sono privilegiati rispetto quelli di capacità e competenza.
    Tende a trascurare il dominio delle singole conoscenze: i contenuti a volte vengono trascurati e l’apprendimento attraverso la scoperta è lungo e dispendioso. Il modello è vago e manca di rigore.

  2. LO STILE DELLA FUNZIONE DOCENTE

    Tutto questo comunque non basta: non è sufficiente cioè avere un metodo, o un approccio metodologico per ottenere risultati nell’apprendimento. Occorre anche dimostrare uno stile nella funzione docente che può essere così sintetizzato:

    LE P DELL’EDUCATORE

    P = Persona
    P = Progetto
    P = Programma
    P = Passione, Pazienza, Perseveranza
    P = Professionalità
    P = Processi comunicativi
    P = Preghiera


    PERSONA

    Mettere al centro dell’attività didattica la persona significa puntare almeno su quattro aspetti fondamentali dell’essere uomini e donne:

    1) Aspetto fisico motorio: valorizzare la percezione del proprio corpo e la scoperta delle proprie potenzialità è importante dall’età della fanciullezza fino all’età adulta. E’ utile andare oltre l’accettazione del proprio corpo e offrire agli allievi obiettivi positivi che vanno nella direzione della scoperta e valorizzazione del proprio corpo. Oltre l’ora di educazione fisica si possono immaginare eventi ad hoc (incontri con squadre che competono a livello nazionale, tornei tra scuole su diverse discipline, escursioni naturalistiche …), con un obiettivo fondamentale: far capire allievo le sue potenzialità e i suoi limiti fisici e orientarlo verso “allenamenti” adatti alle risorse esplorate.

    2) Aspetto intellettuale: la crescita della persona si progetta a partire dalle sue risorse intellettuali espresse come capacità logico-matematiche, linguistico-espressive, artistico creative. Questa è forse l’attività che nella scuola riesce meglio in quanto incaricata a livello istituzionale alla crescita intellettuale e culturale degli allievi. Partire dalla persona vuol dire però che la crescita intellettuale deve tener conto delle risorse dell’allievo e della sua naturale predisposizione. Favorire la crescita di tutte le capacità intellettuali è il compito della scuola ma anche orientare l’allievo verso le attitudini per le quali è più incline è altrettanto importante. Chiedere ad allievi di partecipare ad attività extrascolastiche dove possono mettere in gioco le risorse esplorate è un modo per arrivare a far crescere intellettualmente i nostri allievi oltre il percorso dei programmi ministeriali.

    3) Aspetto emotivo: difficile inquadrare la scuola come luogo di emozioni, o comunque ambiente dove queste sono valorizzate e fatte emergere con consapevolezza guidandole in modo positivo. Eppure se pensiamo a quanto allievi o ex allievi della nostra scuola manifestano un affetto e a volte anche una rabbia nei confronti della scuola ritengo che è proprio il centro delle emozioni a costituire un aspetto fondamentale per la crescita nostra e dei nostri allievi. Le proposte su questo versante possono riguardare il quadro dei valori in cui crediamo, l’affettività che soprattutto nell’età adolescenziale è in piena esplosione. Mi chiedo sempre quale sia la disciplina nella scuola delle emozioni: forse verrebbe spontaneo dire l’italiano, e sicuramente siamo vicini alla verità, ma mi chiedo se le altre discipline possono essere esonerate dall’insegnare le emozioni o non ci sia la possibilità di trasmettere un sapere anche logico-matematico trasmettendo emozioni e cogliendo le emozioni provate dagli allievi.

    4) Aspetto spirituale: qui siamo nel campo dell’io profondo della persona, siamo alla ricerca dell’essenza e la persona ritrova le motivazioni profonde all’essere e il senso della vita nella sua sfera spirituale. La nostra scuola quali proposte mette in campo e su quali percorsi sviluppa le attenzioni alla spiritualità? Può sembrare un compito dell’insegnante di religione o forse di filosofia, ma in qualità di scuola cattolica quali esperienze o progetti costituiscono occasioni di sviluppo e percezione da parte degli allievi della spiritualità cristiana

    PROGETTO

    La scuola fonda la sua identità sul progetto educativo che definisce la finalità verso cui tutte le componenti scolastiche, educatori, allievi, genitori sono chiamati a raggiungere.
    “Dal progetto educativo del Collegio Vescovile PIO X”:
    Ambiente di istruzione e di formazione umana e cristiana dove si mira a realizzare una sintesi tra fede e cultura e tra fede e vita, proponendo un itinerario di crescita culturale, umana, civile e cristiana.
    In sostanza la finalità è realizzare una scuola per la vita dove:
    1) All’allievo si chiede di diventare capace di intendere la vita come dono, il sapere come responsabilità, la professione come servizio.
    2) All’educatore si domanda la disponibilità al confronto, alla formulazione di progetti ed itinerari formativi, all’impegno morale con convinzione ideale, preparazione culturale e professionalità
    3) Ai genitori si propone di collaborare per la crescita del bambino/a, ragazzo/a, giovane, in spirito di comunione con le diverse componenti scolastiche.

    Un noto filosofo ricordava che quando i genitori hanno un progetto i figli hanno un destino. I genitori per realizzare il progetto si affidano alla scuola che quindi assume in sè il compito di capire anzitutto se esiste tale progetto, di proporre il patto formativo per il raggiungimento degli obiettivi educativi condivisi, di monitorare il percorso verso il raggiungimento di tali obiettivi, di valutare gli esiti finali e se serve ridefinire le finalità e gli obiettivi del progetto iniziale.

    L’insegnante è colui che accompagna nel processo di crescita l’allievo e vive come suoi gli scopi del progetto educativo della scuola, collabora alla realizzazione del patto formativo tra scuola e famiglia, definisce gli obiettivi di crescita del discente in una logica di crescita complessiva della persona.

    Ma l’educatore è colui che sa cogliere il sogno del giovane e che lo aiuta nel cammino della sua realizzazione.

    PASSIONE

    I
    l docente che insegna con passione si nota e fa la differenza per l’apprendimento degli allievi. La passione ha a che fare con la nostra motivazione. La ricerca, verifica e identificazioni delle nostre motivazioni conduce alla passione nelle cose che facciamo. Avere dei sogni, coltivarli, cercare di realizzarli trasmette agli allievi la passione per quello che si fa e si insegna. Il docente appassionato riesce a comprendere l’allievo demotivato e trova spesso le argomentazioni per motivarlo.
    L’energia che mettiamo nelle nostre attività scolastiche è fondamentale per il raggiungimento degli obiettivi didattici. Persone spente, poco motivate difficilmente diventano veicoli di conoscenza per altri: è difficile trasmettere un messaggio con il cellulare in una zona dove non c’è campo!
    Insegnare può essere un mestiere come un altro o può diventare un’occasione per mettere in gioco il meglio di noi e riuscire a trasferirlo a qualcun altro che può diventare un po’ meglio di quello che era prima.
    Ma la passione nasce dai valori che guidano i nostri comportamenti e che assumono senso nello scopo che alla nostra vita ci siamo dati. L’amore verso il prossimo e verso Dio sono le palestre del nostro allenamento per arrivare a realizzare una relazione autentica, costruttiva ed efficace con i nostri allievi.

    PAZIENZA

    Il docente usa spesso la pazienza del seminatore, l’ottica del risultato non immediato, la ricerca attenta delle motivazioni sull’allievo per comprenderlo prima di giudicarlo o valutarlo. Il gusto dell’attesa per apprezzare i sacrifici che si fanno nello studio. La volontà comunque di arrivare all’obiettivo nonostante le difficoltà.
    Da educatori queste cose le conosciamo bene, da allievi le comprendevamo con un po’ più difficoltà. Insegnamenti che prima sembravano sconosciuti che con l’impegno nello studio risultano lentamente più comprensibili perfino facili. Educare al sacrificio, all’attesa, all’impegno in una società che propone il tutto e subito è una delle sfide a cui la scuola non deve rinunciare.

    PERSEVERANZA

    La perseveranza per l’insegnante significa continuare a credere nonostante tutto che quella classe, quell’allievo ce la faranno a raggiungere gli obiettivi cognitivi ed educativi che avevamo fissati nella programmazione annuale. Dobbiamo chiedere ai nostri allievi di non mollare mai, di immettersi in una strada dalla quale si vuole arrivare alla fine per poi riprendere una nuova strada. La perseveranza è l’attitudine con la quale la persona si struttura per raggiungere gli obiettivi che si è posti. Credere che tutti possono imparare e la differenza è nella volontà e nei tempi di apprendimento del discente e l’ottimismo costruttivo dell’educatore.

    PROGRAMMI SCOLASTICI

    Tutto il nostro lavoro si inserisce all’interno di un contesto ambientale ricco di programmi ministeriali, circolari esplicative, progetti nazionali, regionali, provinciali e locali.
    Siamo in continuazione sollecitati da case editrici che propongono libri di testo più o meno rispondenti ai programmi ministeriali. Libri di testo sempre più belli, schematici, semplici, per un mondo di allievi sempre più video dipendenti. I percorsi di apprendimento risultano più difficili da realizzare quando da una sistema di apprendimento basato sulla scrittura si passa ad un apprendimento basato sull’immagine.
    I bambini di tre anni imparano ad usare il Calcolatore elettronico (PC) perché i percorsi di accesso ai programmi sono con linguaggio analogico e non digitale. Quindi lo stesso contenuto può essere erogato con numerose e diverse modalità comunicative: auditive (romanzi letti in audiocassette), visive (film tematici), cinestesiche (esperienze personali coinvolgenti).
    Il programma è fisso ma la modalità di “spiegazione”, se orientata alla persona, cambia tenuto conto dei canali d’accesso di apprendimenti degli allievi.
    I programmi ministeriali sono ancora strutturati su un percorso di apprendimento di tipo modulare per obiettivi, dove la programmazione è il momento fondamentale per la buona riuscita del percorso didattico.
    L’approccio metodologico per progetti consente di inserirsi dentro tale percorso in modo da rafforzare gli apprendimenti calandoli all’interno di situazione reali.
    L’autonomia scolastica, portata recentemente al 20% del monte ore scolastico, consente alla scuola di potenziare l’offerta formativa dentro un quadro programmatorio più flessibile e quindi più vicino alle esigenze del territorio e dell’allievo.
    Uscire dal tunnel del percorso: ministero-scuola-territorio-allievo, per imboccare il sentiero: allievo-territorio-scuola-ministero può cominciare anche da queste possibilità offerte dalla leggi nazionali.

    PROCESSI COMUNICATIVI

    La trasmissione del sapere all’interno della scuola non è un processo asettico, oggettivo, privo di emozioni, ma un processo dove la relazione diventa l’elemento strategico per il buon esito degli apprendimenti. Il modo in cui questi saperi si trasmettono è fondamentale altrettanto quanto il contenuto.
    Gli assiomi della comunicazione della scuola di Palo Alto ci dicono che:
    1) Non possiamo non comunicare
    2) Ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e uno di relazione
    3) La comunicazione interpersonale dipende dalla punteggiatura
    4) La comunicazione può essere analogica o digitale
    5) Si possono avere interazioni simmetriche o complementari
    Corollari:
    La responsabilità della comunicazione è dell’emittente
    Non esistono errori ma solo informazioni
    I processi comunicativi possono essere di tipo lineare o circolare


    Nella scuola i processi comunicativi possono riguardare:

    1. I GENITORI
    2. GLI ALLIEVI
    3. I COLLEGHI


    I GENITORI
    La relazione con i genitori degli allievi si nutre di processi comunicativi sporadici ma da intensificare lì dove si mettono in luce difficoltà nella relazione con i propri allievi. In particolare può essere utile dimostrare disponibilità all’ascolto, chiarezza nella definizione delle problematiche dei ragazzi, volontà di collaborazione con la famiglia per la ricerca delle soluzioni e desiderio di definire degli obiettivi comuni su cui far crescere gli allievi.

    GLI ALLIEVI
    La relazione con gli allievi è più stabile di quella con i genitori, potremo definirla ricorrente. L’apprendimento dell’allievo è spesso frutto del successo che sul piano della relazione si innesca tra docente e discente.
    La relazione allievo-insegnante è una relazione di tipo complementare (up-down), dove chi emette il messaggio (l’insegnante che trasferisce il contenuto del programma ministeriale) è comunque sempre responsabile del successo nel trasferimento del messaggio.
    I processi di comunicazione lineare più adatti all’età del fanciullo devono gradualmente lasciare il passo ai processi di comunicazione circolare più adatti all’età adulta.
    Essere consapevoli dei propri sistemi di comunicazione verbali, paraverbali e non verbali, dei processi di apprendimento degli allievi attraverso i sistemi auditivi, visivi e cinestesici facilita enormemente gli sforzi dell’insegnamento da un lato e il processo di apprendimento dall’altro.

    I DOCENTI
    La relazione tra docenti (tipica relazione simmetrica) favorisce il raggiungimento degli obiettivi educativi condivisi solo se esiste la “complicità” dei genitori che di fronte alla semplice domanda del bambino: posso vedere la televisione??? Risponde con assoluta serenità: cosa dice la mamma???
    Il gioco di squadra, quindi è parte fondamentale del successo educativo sugli allievi e diventa più semplice raggiungere gli obiettivi quando sono condivisi nei fatti e non solo nelle parole.


    PROFESSIONALITÀ

    La professione docente è sollecitata da continui cambiamenti dove sempre di più diventano centrali i seguenti aspetti:
    • conoscenza approfondita dei contenuti del proprio insegnamento
    • studio, ricerca e affinamento delle metodologie didattiche più efficaci
    • aggiornamento regolare delle conoscenze curriculari
    • formazione e autoformazione sui temi dell’educazione e dell’orientamento
    • utilizzo più frequente di strumenti quali riviste specializzate, forum su internet …
    La professionalità è una condizione dinamica della persona che una volta acquisita si rianima attraverso una struttura di pensiero e di azione sempre nuovi e creativi anche se ancorati ai principi fondamentali della propria disciplina.
    Il docente con professionalità cerca il nuovo senza temerlo, lo governa all’interno di un percorso che conosce ma il cui esito sull’apprendimento degli allievi è sempre alquanto misterioso sia nell’efficacia sia nei tempi di apprendimento.
    Il nuovo delle nostre discipline di solito sta più nella didattica che nel contenuto e la professionalità è quindi continua ricerca di nuove modalità didattiche per riuscire a trasferire il contenuto della disciplina nel modo più efficace possibile.
    Il bravo insegnante si misura più facilmente dall’apprendimento dell’allievo più demotivato e più scarso. I più bravi probabilmente hanno meno bisogno di insegnanti. Poi ci sono le sfide quasi impossibili …
    La professionalità si misura anche nel realizzare gli obiettivi disciplinari nei tempi fissati: ciò significa che non è prioritario svolgere tutto il programma, ma realizzare gli obiettivi nel tempo che abbiamo a disposizione.
    Le dinamiche della classe poi sono quelle che forse più di tutte mettono in gioco la professionalità docente: queste sono la vera variabile imprevedibile della relazione docente-discente.
    Sa tenere la classe???
    Sa gestire i conflitti che sorgono al suo interno?
    Le spiegazioni si svolgono in un clima che favorisce l’apprendimento di tutti???
    Lo svolgimento delle interrogazioni e dei compiti si svolge senza suggerimenti e scopiazzature???
    Si riescono a governare i leader negativi e a valorizzare quelli positivi???
    Le valutazioni favoriscono la motivazione dell’allievo all’apprendimento o lo scoraggiano?
    Cosa si fa per favorire il lavoro di gruppo tra allievi per migliorare i processi di apprendimento???
    Quale motivazione all’insegnamento abbiamo nelle classi difficili???


    PREGHIERA

    L’insegnante che si affida alla preghiera sa che tutto il suo impegno, il suo lavoro, la sua dedizione, sono sempre messi a dura prova. Troppo spesso non si vorrebbero sentire quelle domande che ti fanno capire che il tuo lavoro lungo e paziente è stato alquanto inutile. Affidarsi alla preghiera significa credere che il nostro lavoro di semina non sempre ha risultati positivi per lo meno nei tempi che ci siamo fissati.
    La preghiera costante, meditata, ci ricorda che il nostro lavoro è nelle mani di Dio e solo lui saprà se e quando i frutti della nostra semina daranno i risultati attesi.
    Pregare è quindi mettersi nelle mani di Dio, sapendo che il nostro lavoro educativo ha bisogno della spinta di Dio per essere completo.
    Pregare è allenarsi a formare la parte spirituale della persona per farla crescere secondo il piano di Dio
    Pregare è ringraziare Dio per le nostre risorse educative e motivazionali
    Pregare insieme è rafforzarci nelle motivazioni all’insegnamento dando una direzione ai nostri sforzi
    Pregare è essere segno della presenza di Dio nella storia dell’uomo
    Pregare è in ultima sintesi l’abito dell’educatore cristiano.


    PRESENZA

    L’EDUCATORE è colui che c’è nel senso di:

    1) Essere significativo nella relazione con gli allievi
    2) Essere presente nei suoi processi di apprendimento
    3) Essere presente nei suoi processi di cambiamento e orientamento
    4) Dedicare il tempo che è richiesto dalla relazione

  3. ESPERIENZE DI GIOVANI: PROGETTO PROFESSIONALE E PROGETTO SCOLASTICO

    Esperienza A: Il progetto personale professionale
    Marco ha 27 anni, si è diplomato al liceo scientifico, si è laureato in scienza della comunicazione e non ha ancora risolto alcuni problemi personali che potremmo definire di tipo depressivo.
    Passa il tempo… Crescono gli amici … in particolare i coetanei. Lui è ancora alla ricerca di un lavoro serio. Prova delle esperienze lavorative, ma si sente inadeguato rispetto alle richieste del mondo del lavoro.
    E’ un po’ giornalista, un po’ scrittore, un po’ uomo di marketing, un po’ bloggista. Ma di tutti questi pezzi di competenze non riesce a far sintesi con un lavoro serio o, comunque, il nostro ambiente lavorativo non sa come valorizzare una persona con tali risorse.
    Sicuramente il problema più grave di Marco è la depressione, ma come il cane che tenta di mordersi la coda non ci riesce, così la depressione si accentua perché il mondo esterno lo rifiuta, lo costringe a chiudersi in se stesso e ciò non fa che accentuare il suo stato depressivo. Il mondo del lavoro che potrebbe diventare motivo di guarigione non sa che farsene di uno come lui, oppure lo vorrebbe prendere per piccoli pezzi delle sue competenze.
    In realtà il problema è anche legato al fatto che lui non riesce ad uscire dall’ansia che lo far star male, e curare l’ansia in ambienti dove le parole efficienza, produttività, sono un “must” non è sicuramente facile.
    Resta il problema di capire cosa fare per aiutare Marco: Servizi sociali????
    La sua malattia gli impedisce di essere inserito in un ambiente lavorativo. Le risorse personali ci sono… è un ragazzo che quando scrive incanta … se non fosse per quel suo pessimismo un po’ leopardiano un po’ da poeta maledetto che si mette addosso e che talvolta lascia messaggi negativi nella mente di chi legge.
    Potrebbe avviare un progetto imprenditoriale o professionale, ma la struttura fragile della sua personalità glielo impedisce.
    Ci troviamo di fronte ad una situazione in cui la persona è nell’apparente impossibilità di compiere una scelta, almeno dal suo punto di vista, e qualsiasi suggerimento logico, o proposta lavorativa rischiano di essere accolti per poi essere quasi immediatamente ripudiati.
    La famiglia tenta di garantire e sostenere la struttura della personalità del ragazzo ma per vari motivi non ottiene grossi risultati. D’altra parte la differenza culturale (padre e madre sono impiegati entrambi con un diploma di ragioneria) non rendono la vita facile, il laureato ha sempre la parola svelta e pronta nel controbattere alle obiezioni dei suoi genitori.Chi si occupa di lui???
    È utile che qualcuno si occupi di lui???
    Qual è il problema principale del giovane?
    Altre domande potrebbero essere formulate ma è sufficiente in questo momento lasciarle senza risposta perché spesso per riuscire a risolvere una questione bisogna prima capire qual è il problema, come sanno bene coloro che da anni si occupano di problem solving, problem posing e quant’altro.
    Per trarre la sintesi da questa prima esperienza e cercando di focalizzare cosa i genitori, gli educatori, ma anche semplicemente gli amici possono fare per aiutare questo giovane io direi questo:
    1) Capire che il gap tra scuola e lavoro è una delle componenti importanti dell’insuccesso sociale di tale giovane.
    2) La persona deve riuscire a trovare una sua meta, una sua strada e compiere le scelte conseguenti a tale scoperta; in definitiva è la scoperta del sogno (la finalità) che si deve cominciare a realizzare.


    ESPERIENZA B: Il progetto per l’esame di Stato
    L’allievo con carenze informatiche, poco motivato allo studio, ma buone risorse cognitive personali
    L’allievo Alessio ha una gran passione per i suoi pappagalli che cura in una voliera a casa in un paesino della provincia di Treviso.
    Tale passione è forse la primaria, per lo meno rispetto allo studio per il quale è portato ma non molto motivato. E’ quello che nel gergo burocratico-scolastico si definisce allievo con buone potenzialità ma poco motivato allo studio.
    Arriva in quinta superiore e si trova a dover scegliere il progetto da presentare all’esame di Stato.
    Lo avvicino per capire su quale tema vuole sviluppare il progetto e la risposta è evasiva: non so, non mi interessa nulla, posso fare a meno di realizzare il progetto …
    La sfida alla scuola è lanciata: come agire per attivare il giovane ad un impegno scolastico proficuo???
    1^ considerazione:
    Considerare gli obiettivi didattici dell’anno scolastico
    2^ considerazione:
    Analizzare il rendimento scolastico dell’allievo
    3^ considerazione:
    Capire la propensione naturale dell’allievo verso i temi che più gli stanno a cuore
    4^ considerazione:
    Avviarlo alla realizzazione di un progetto in sintonia con gli obiettivi scolastici e le sue propensioni naturali

    L’informatica nell’indirizzo IGEA è legata alla matematica e all’economia aziendale, non è disciplina a parte, e quindi non avendo un voto a sé, ma legato alla materia principale, il nostro allievo Alessio ha ben pensato di trascurarla, tanto quando si sale nel laboratorio di informatica ci sono due allievi per ogni PC e lui ha sempre trovato qualcuno più predisposto all’uso del PC.
    Nei primi quattro anni di scuola si è sempre accodato agli altri senza particolarmente interessarsi all’uso del mezzo informatico, tanto comunque la valutazione nella disciplina era sempre sufficiente e il suo compagno tutto sommato lavorava bene al PC.

    Arriva in quinta e si vede che non è uno “smanettone” del computer.
    Il progetto si presta per mettere a fuoco gli obiettivi che l’allievo deve raggiungere per il suo percorso di studi.

    Serve all’ora un’idea che possa coniugare l’obiettivo formativo con la sua predisposizione naturale e motivazionale: gli propongo di elaborare un sito Internet sui pappagalli che gli consenta di acquisire le competenze informatiche ritenute da lui stesso carenti, e che gli fornisca lo slancio per realizzare una cosa che veramente sia di suo gradimento.
    Dall’idea al progetto il passo è breve, ma lungo e faticoso è stato il percorso che ha portato all’idea.
    L’esito del progetto è brillante (come Testimonia il sito internet che pubblica il progetto) e alla domanda se è subentrata la passione per l’informatica la risposta è stata:”Prof. vengono comunque sempre prima i pappagalli”

  4. CONCLUSIONE

    L’apprendimento dei nostri allievi è sempre più realizzato in modo reticolare per cui gli insegnamenti della scuola si legano ad un vissuto personale che a volte può far fatica ad attecchire.
    L’ambiente sociale ed economico presenta influenze sempre più importanti sui giovani e il patto formativo con le famiglie fa i conti con la complessità delle sollecitazioni esterne che arrivano ai nostri allievi.

    La scuola con un progetto educativo, un ambiente formativo, e degli insegnanti con uno stile adeguato agli scopi definiti e condivisi dalla comunità educante, sempre di più può diventare luogo di esplorazione delle risorse dell’allievo (siano esse fisiche, intellettuali, emotive e spirituali) per metterlo nella condizione di progettare la sua vita ancorandola a valori umani e cristiani che lo aiuteranno a inserirsi utilmente nella società civile ed ecclesiale.


    Treviso, 6 settembre 2006