Con sempre maggior frequenza, insegnanti e sacerdoti si trovano a fronteggiare
accuse e talvolta denuncie contro presunti abusi sui bambini affidati
alle loro cure, dai genitori. Non mi riferisco ai casi drammatici, ma
per fortuna rari, di pedofilia, ma al semplice scapaccione o alla sgridata
o all’allontanamento dalla classe e così via. Noi di una
certa età, ci si guardava bene dal lamentarsi con la mamma o
il papà di averle prese, perché la mamma rincarava la
dose. Oggi, invece, il bambino ‘la fa pagare’ alla maestra,
'usando' i suoi genitori.
Proviamo a capire cosa sta succedendo. Escludo, lo ripeto, i casi di
abuso o di violenza. Cerchiamo, anzitutto, di vedere questi comportamenti
genitoriali dal punto di vista del bambino. Cosa "vede" il
bambino nella denuncia fatta dai suoi genitori contro la maestra o il
prete? Vede che il fronte degli adulti è diviso e che lui ha
in mano la leva per trarne vantaggio (già; forse si dimentica
che il bambino si pensa onnipotente e che, se può, evita le fatiche).
Non gli va di impegnarsi a scuola? Disturba i compagni o addirittura
li picchia? Manca di rispetto alla maestra insultandola con parole e
gesti irripetibili? Danneggia volutamente cose e suppellettili? Niente
paura, se qualcuno ha il coraggio di 'toccarlo' gliela farà vedere
lui: il papà e la mamma prontamente lo difenderanno. Avrà
la soddisfazione di vedere la maestra, che difende un po’ di disciplina
e di rispetto per le cose che sono di tutti, impallidire di fronte alle
veementi minacce della mamma o del papà. Avrà la soddisfazione
di vedere la maestra, che difende un po’ di disciplina e di rispetto
per le cose che sono di tutti, impallidire di fronte alle veementi minacce
della mamma o del papà. Avrà la soddisfazione di “vedere”,
dico, perché sembra che molti genitori vogliano “far vedere”
al bambino le loro scenate o il loro potere sulla maestra. Certo, forse
ne hanno bisogno, perché sul loro bambino ne hanno ben poco di
‘potere’.
Diritto all’educazione
Qualcosa non va in tutto ciò? Non si stanno difendendo “i
diritti dei bambini”? No. Si sta negando il diritto del bambino
all’educazione, la quale richiede per lo meno due cose: un minimo
di “solidarietà educativa” tra gli adulti ed una
gestione avveduta dei vissuti emotivi del bambino stesso. Quando dico
“avveduta” mi riferisco alla capacità di distinguere
tra il pedofilo o il maniaco sessuale e il ceffone della maestra che,
certo, sarebbe meglio non ci fosse. O meglio, sarebbe preferibile
provenisse dalle mani della mamma o del papà, se proprio ce
n’è bisogno.
Per quanto riguarda l’avvedutezza sul piano emotivo, occorre
dire che qualche genitore persegue l’idea di un allevamento
‘senza traumi’ del proprio figlio. Pensa che il suo compito
di genitore sia quello di evitargli ogni paura e angoscia, ogni scontro
con una realtà, ahimè, violenta. La vista del nonno
morto, ad esempio, viene esclusa perché “traumatica”
e così si fa per il documentario su Auschwitz, o per il tema
del demonio e della morte a catechismo. Non è forse vero che
l’angoscia del bambino riflette il vuoto dei genitori, di fronte
ai lati drammatici della nostra realtà di uomini? L’angoscia
del bambino di fronte alla morte, alla malattia, alla violenza non
segnala l’incapacità dell’adulto di elaborarne
il senso?
Solidarietà educativa
Per quanto riguarda la solidarietà educativa stiamo assistendo
alla privatizzazione anche del fatto educativo: il figlio è
mio e me lo gestisco io. Le istituzioni educative (scuola e Chiesa)
non devono intromettersi nel rapporto tra genitori e figli. Se il
bambino di prima elementare è di fatto maleducato, aggressivo,
non ha alcun senso del limite, ebbene, è la maestra che non
lo sa tenere, oppure, sono i compagni che lo costringono a tali comportamenti;
la maestra dovrebbe vigilare sui comportamenti degli altri bambini.
A casa, infatti, detto bambino è un angioletto. In ogni caso,
è la maestra che deve adeguarsi ai criteri educativi del genitore
e imparare a trattare anche lei il bambino da ’angioletto’.
Forse il punto è proprio questo: la cultura privatistica ha
pervaso anche l’ambito dell’educazione, rompendo i legami
di solidarietà che facevano di ogni adulto, in qualche modo,
un educatore, una persona il cui intervento era accolto con rispetto
e magari anche un po’ di gratitudine dal genitore. Oggi, invece,
il genitore avverte l’altro adulto come potenziale pericolo
per il suo bambino e non è disposto a condividere la propria
responsabilità educativa. Per questo sta venendo a mancare
un “ambiente” educativo: i genitori non sono più
disposti a riconoscere la competenza educativa alla scuola o alla
parrocchia.
Ambiente educativo
Gli effetti di tale comportamento sono due: da un lato, la gestione
degli ambienti educativi si fa sempre più complicata e sempre
più rischiosa per l’educatore (esposto a minacce e denuncie
e perciò spinto a fare sempre meno); dall’altro il genitore
si trova sempre più solo e, anche nel caso di genitori maturi
e avveduti, paga lo scotto di una progressiva e ormai avanzata frattura
tra famiglia e scuola, tra famiglia e parrocchia, tra famiglia e società,
in generale. Paga uno scotto perché dell’ambiente sociale
non è possibile disfarsi: o lo si rende educativo oppure rende
molto difficile l’educazione.
I genitori costituiscono, certo, gli educatori primi e principali
del bambino, ma non gli unici. Il bambino, come ha bisogno di fratellini
e amichetti, così ha bisogno di una pluralità di figure
educative. L’onnipotenza infantile, di fausta memoria, rischia
oggi si accompagnarsi ad una onnipotenza genitoriale, altrettanto
infantile e sprovveduta, incapace di condividere il compito educativo
e incapace di vedere i problemi che tutti vedono, del loro figlio.
Il genitore che vuol essere l’unico educatore del figlio, con
tutta probabilità, diverrà il maggior ostacolo alla
sua educazione.
Mons. Giuseppe Mazzocato
* Preside dello Studio Teologico di Treviso-Vittorio Veneto
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