Educazione privata, educazione impossibile mons. Giuseppe Mazzocato *
Editoriale de “La Vita del Popolo” n. 46 del 5/12/2004

Con sempre maggior frequenza, insegnanti e sacerdoti si trovano a fronteggiare accuse e talvolta denuncie contro presunti abusi sui bambini affidati alle loro cure, dai genitori. Non mi riferisco ai casi drammatici, ma per fortuna rari, di pedofilia, ma al semplice scapaccione o alla sgridata o all’allontanamento dalla classe e così via. Noi di una certa età, ci si guardava bene dal lamentarsi con la mamma o il papà di averle prese, perché la mamma rincarava la dose. Oggi, invece, il bambino ‘la fa pagare’ alla maestra, 'usando' i suoi genitori.
Proviamo a capire cosa sta succedendo. Escludo, lo ripeto, i casi di abuso o di violenza. Cerchiamo, anzitutto, di vedere questi comportamenti genitoriali dal punto di vista del bambino. Cosa "vede" il bambino nella denuncia fatta dai suoi genitori contro la maestra o il prete? Vede che il fronte degli adulti è diviso e che lui ha in mano la leva per trarne vantaggio (già; forse si dimentica che il bambino si pensa onnipotente e che, se può, evita le fatiche). Non gli va di impegnarsi a scuola? Disturba i compagni o addirittura li picchia? Manca di rispetto alla maestra insultandola con parole e gesti irripetibili? Danneggia volutamente cose e suppellettili? Niente paura, se qualcuno ha il coraggio di 'toccarlo' gliela farà vedere lui: il papà e la mamma prontamente lo difenderanno. Avrà la soddisfazione di vedere la maestra, che difende un po’ di disciplina e di rispetto per le cose che sono di tutti, impallidire di fronte alle veementi minacce della mamma o del papà. Avrà la soddisfazione di vedere la maestra, che difende un po’ di disciplina e di rispetto per le cose che sono di tutti, impallidire di fronte alle veementi minacce della mamma o del papà. Avrà la soddisfazione di “vedere”, dico, perché sembra che molti genitori vogliano “far vedere” al bambino le loro scenate o il loro potere sulla maestra. Certo, forse ne hanno bisogno, perché sul loro bambino ne hanno ben poco di ‘potere’.

Diritto all’educazione

Qualcosa non va in tutto ciò? Non si stanno difendendo “i diritti dei bambini”? No. Si sta negando il diritto del bambino all’educazione, la quale richiede per lo meno due cose: un minimo di “solidarietà educativa” tra gli adulti ed una gestione avveduta dei vissuti emotivi del bambino stesso. Quando dico “avveduta” mi riferisco alla capacità di distinguere tra il pedofilo o il maniaco sessuale e il ceffone della maestra che, certo, sarebbe meglio non ci fosse. O meglio, sarebbe preferibile provenisse dalle mani della mamma o del papà, se proprio ce n’è bisogno.
Per quanto riguarda l’avvedutezza sul piano emotivo, occorre dire che qualche genitore persegue l’idea di un allevamento ‘senza traumi’ del proprio figlio. Pensa che il suo compito di genitore sia quello di evitargli ogni paura e angoscia, ogni scontro con una realtà, ahimè, violenta. La vista del nonno morto, ad esempio, viene esclusa perché “traumatica” e così si fa per il documentario su Auschwitz, o per il tema del demonio e della morte a catechismo. Non è forse vero che l’angoscia del bambino riflette il vuoto dei genitori, di fronte ai lati drammatici della nostra realtà di uomini? L’angoscia del bambino di fronte alla morte, alla malattia, alla violenza non segnala l’incapacità dell’adulto di elaborarne il senso?

Solidarietà educativa

Per quanto riguarda la solidarietà educativa stiamo assistendo alla privatizzazione anche del fatto educativo: il figlio è mio e me lo gestisco io. Le istituzioni educative (scuola e Chiesa) non devono intromettersi nel rapporto tra genitori e figli. Se il bambino di prima elementare è di fatto maleducato, aggressivo, non ha alcun senso del limite, ebbene, è la maestra che non lo sa tenere, oppure, sono i compagni che lo costringono a tali comportamenti; la maestra dovrebbe vigilare sui comportamenti degli altri bambini. A casa, infatti, detto bambino è un angioletto. In ogni caso, è la maestra che deve adeguarsi ai criteri educativi del genitore e imparare a trattare anche lei il bambino da ’angioletto’. Forse il punto è proprio questo: la cultura privatistica ha pervaso anche l’ambito dell’educazione, rompendo i legami di solidarietà che facevano di ogni adulto, in qualche modo, un educatore, una persona il cui intervento era accolto con rispetto e magari anche un po’ di gratitudine dal genitore. Oggi, invece, il genitore avverte l’altro adulto come potenziale pericolo per il suo bambino e non è disposto a condividere la propria responsabilità educativa. Per questo sta venendo a mancare un “ambiente” educativo: i genitori non sono più disposti a riconoscere la competenza educativa alla scuola o alla parrocchia.

Ambiente educativo

Gli effetti di tale comportamento sono due: da un lato, la gestione degli ambienti educativi si fa sempre più complicata e sempre più rischiosa per l’educatore (esposto a minacce e denuncie e perciò spinto a fare sempre meno); dall’altro il genitore si trova sempre più solo e, anche nel caso di genitori maturi e avveduti, paga lo scotto di una progressiva e ormai avanzata frattura tra famiglia e scuola, tra famiglia e parrocchia, tra famiglia e società, in generale. Paga uno scotto perché dell’ambiente sociale non è possibile disfarsi: o lo si rende educativo oppure rende molto difficile l’educazione.
I genitori costituiscono, certo, gli educatori primi e principali del bambino, ma non gli unici. Il bambino, come ha bisogno di fratellini e amichetti, così ha bisogno di una pluralità di figure educative. L’onnipotenza infantile, di fausta memoria, rischia oggi si accompagnarsi ad una onnipotenza genitoriale, altrettanto infantile e sprovveduta, incapace di condividere il compito educativo e incapace di vedere i problemi che tutti vedono, del loro figlio. Il genitore che vuol essere l’unico educatore del figlio, con tutta probabilità, diverrà il maggior ostacolo alla sua educazione.

Mons. Giuseppe Mazzocato
* Preside dello Studio Teologico di Treviso-Vittorio Veneto