Devo anzitutto ringraziare moltissimo il vostro Vescovo, il mio carissimo
amico Mons. Paolo Magnani, per le parole che ha voluto dire riguardo
a me, senza dubbio troppo buone. Con lui saluto Mons. Antonio Mistrorigo,
altro carissimo amico di antica data, Mons. Angelo Daniel, e tutti
gli amici che ho qui. Permettetemi di ricordare in particolare Mons.
Giuseppe Rizzo al quale sono legato da un lungo servizio comune alla
conferenza episcopale e il dr. Dino Boffo che è direttore dell'Avvenire
con il quale abbiamo sempre intensi rapporti.
Ma mi sento un po’ legato a tutta la vostra Treviso per tante
ragioni che non sto qui ad esporre, per non scendere troppo nell'autobiografico.
Vorrei comunque cominciare con una nota piuttosto personale. La benedizione
e l'inaugurazione di questo nuovo auditorium al Collegio Pio X mi ricorda
una vicenda che ho vissuto personalmente trent'anni fa. Eravamo nel
1969 quando a Reggio Emilia il vescovo di allora Mons. Gilberto Baroni
inaugurò una struttura molto più modesta senza dubbio,
e molto vecchia rispetto ad oggi, trent'anni non sono passati per nulla,
ma che aveva finalità analoghe a quelle che ha qui il Pio X.
Si chiamava e si chiama Centro Giovanni XXIII. A me allora sembrava
grande anche perché il vescovo l'aveva affidata a me e vi ho
dedicato ben 15 anni della mia vita. Quindi mi è rimasta dentro,
mi è rimasta nel cuore. Anche per questo sono venuto volentieri
a partecipare all'inaugurazione dell'auditorium San Pio X.
Direi che è importante avere un luogo il più adatto possibile
sia per parlare sia per ascoltare, perché sappiamo che parlando
e ascoltando avviene il dialogo. Il dialogo è tipico della città,
e tipico della città è anche avere il luogo (di solito
è la piazza o i portici là dove piove spesso) in cui sia
possibile dialogare, scambiarsi pensieri, valutazioni e stare insieme.
La città nei tempi antichi aveva anche una caratterizzazione
ideale. Pensiamo alla grande opera di Sant'Agostino: “la Città
di Dio”. Una caratterizzazione ideale perché vivere fuori
città era rischioso. La città era anche luogo di protezione
rispetto alle tante incognite della vita all'esterno, della vita nelle
campagne.
Oggi questa sensazione positiva forse qua e là si è rovesciata.
Almeno nelle grandi città la gente tende ad uscire dalla città
per avere una vita meno faticosa, per migliorare e non peggiorare la
propria qualità della vita.
Ma, se analizziamo bene, è facile scoprire il perché di
questo. In realtà ormai tutto avviene in città, perché
in un paese come l'Italia e in una zona come la vostra, tutto è
diventato città.
La facilità delle comunicazioni, sia con i trasporti, sia con
le comunicazioni mediatiche, ecc. fa sì che tutti viviamo in
una medesima macrocittà, dove tutti partecipiamo dei vantaggi
della città. Anche nel titolo che è stato dato: ‘La
Chiesa parla alla Città’, questo è presente. Se
si pensa non soltanto a Treviso ma a tutta la diocesi di Treviso, la
Marca Trevigiana, si può dire che la Chiesa parla alla società
civile, alla città come sinonimo di società civile.
Come c'è stata una evoluzione pratica nel senso e nel significato
della parola città, così credo che una certa evoluzione
ci sia anche riguardo alla Chiesa: non fondamentalmente quanto al soggetto,
la Chiesa è sempre il popolo di Dio prima e dopo, ma come attitudine
di questo soggetto a comunicare. Un certo cambiamento, forse si può
parlare anche di una svolta, possiamo trovarlo simboleggiato nel Concilio
Vaticano II.
Non voglio qui indulgere a semplificazioni. Evidentemente la Chiesa
ha sempre comunicato. La Chiesa è nata per comunicare, ma certamente
con il Concilio si è privilegiata una forma piuttosto nuova di
comunicazione rispetto ai decenni e ad alcuni secoli precedenti.
Il compito dell'annuncio del Vangelo, della testimonianza del Vangelo
e anche della difesa della verità cristiana, il compito così
globalmente considerato della comunicazione del messaggio cristiano,
dal Concilio in poi è proposto soprattutto nella forma del dialogo.
Ricordiamo la celebre enciclica di Paolo VI “Ecclesiam suam”
sul dialogo, dialogo dentro alla Chiesa, ma anche dialogo della Chiesa
con la società. Osserviamo che in questi ultimi decenni si sono
moltiplicate le strutture anche fisiche, tipo questo auditorium, dedicate
proprio a questo scopo, cioè ad essere luoghi per il dialogo.
Prima era meno facile che da parte ecclesiastica ci fosse la preoccupazione
di creare strutture appositamente finalizzate a tale scopo.
Certamente proprio il dialogo ha fatto venire in luce delle difficoltà
in questi ormai 34 anni dalla conclusione del Concilio. Non sono stati
per la Chiesa stessa anni facili, anni indolori, anni in cui tutto
procedeva liscio. Il dialogo ha mostrato che molti problemi continuavano
ad esistere e forse anche venivano più in evidenza. Direi che
alla radice di questi problemi c'è una distanza culturale. Il
vostro Vescovo con parole veramente magistrali ha già presentato
il senso del progetto culturale quindi non ci ritorno sopra. Ma proprio
qui vorrei dare una motivazione di quella distanza culturale che già
Giovanni XXIII, poi Paolo VI, il Concilio e in fine l'attuale Pontefice
hanno più volte indicato parlando di frattura tra Vangelo e
cultura, tra fede e cultura. E’ una frattura che a livello popolare
si è forse accentuata in questi ultimi anni o decenni, ma che
a livello di intellettuali, di pensatori ecc…, ha radici molto
più antiche e risale anche a secoli indietro.
Emerge quindi la necessità di impegnarci nella evangelizzazione
della cultura e delle culture, cioè cercare di riplasmare, rivitalizzare,
rinnovare le culture in cui viviamo alla luce del Vangelo e anche di
inserire, incarnare il Vangelo nelle culture, fare prendere al Vangelo
la forma storica delle concrete culture nelle quali viviamo. Qui si
adopera la parola forse non bellissima “inculturare la fede”,
cioè inserire la fede nelle culture. Del resto basta guardare
la grande pittura cristiana attraverso i secoli per vedere che questo
è sempre avvenuto. Il Cristo, la Vergine, ecc. sono vestiti in
diverse forme, hanno diversi atteggiamenti lungo i secoli in corrispondenza
all’epoca in cui venivano ritratti. Questo è l’esempio
più semplice per dire cosa può essere l'inculturazione
della Chiesa.
Se vogliamo affrontare il tema “La Chiesa parla alla gente”
con il sottotitolo “Spazi e linguaggio per la comunicazione ecclesiale”
dobbiamo avere presente non soltanto un binomio, cioè comunicazione
e linguaggio, ma un trinomio: comunicazione, linguaggio e cultura.
Cultura intesa come ciò che sta dietro al linguaggio, le idee,
ma anche le scelte, le scale dei valori, il modo di essere che portiamo
dentro di noi e che poi si esprime e si comunica appunto attraverso
il linguaggio.
La mia riflessione cercherà soprattutto di individuare alcune
condizioni per la comunicazione della Chiesa. Cosa si richiede perché
la Chiesa oggi concretamente possa comunicare? Nella scansione del discorso
sarò semplice al punto da apparire banale. Anzitutto per comunicare
bisogna avere qualcosa da dire e in secondo luogo bisogna essere capaci
di dirlo.
1) Per comunicare occorre avere qualcosa
da dire
Fermiamoci sul primo aspetto: per parlare, per comunicare, bisogna
avere qualcosa da dire. Questo non è un tema scontato nel contesto
culturale di oggi per quanto riguarda il cristianesimo. Non tutti
sono d'accordo che il cristianesimo anche oggi abbia qualcosa da dire.
Nessuno nega che il cristianesimo abbia avuto tanto da dire nel passato:
bisognerebbe essere ciechi per volerlo contestare. Ma c'è
chi mette in dubbio che oggi abbia qualcosa da dire.
Possiamo osservare una grande fecondità storica della fede
cristiana nei confronti della cultura e delle altre culture che si
sono succedute nei diversi tempi e che si sono realizzate nei diversi
spazi. E’ un fatto storico, ma è un fatto storico che
sta a noi rendere vero oggi. Non è un compito svolto una volta
per tutte, adempiuto una volta per tutte. E' un compito che si rinnova
sempre come la cultura e le culture si trasformano sempre, perché
se c'è un fenomeno radicalmente segnato dal mutamento è
proprio la cultura. La cultura e le culture esprimono il dinamismo
dell'essere umano, non solo come persone, ma anche come collettività
che sempre procedono non solo nel pensare ma anche nell'operare pratico,
nel modo di organizzare la propria vita.
Vorrei ricordare qui la frase che mi è rimasta in mente dai
tempi remoti in cui insegnavo filosofia: Cartesio, che nel suo Discorso
del metodo intravede quello che sarebbe successo nei secoli successivi,
dice che attraverso il metodo che egli ed altri cercavano di mettere
a punto sarebbero cambiate radicalmente le condizioni concrete della
vita. E ha avuto ragione, perché la scienza, che cercava di
mettere a punto dei metodi d'indagine che consentissero quello che
noi chiamiamo lo sviluppo scientifico, il progresso scientifico, con
le sue ricadute tecnologiche ha effettivamente trasformato in modo
radicale e continua a trasformare, in questi ultimi secoli, il nostro
concreto modo di vivere. Quindi nella cultura che sempre si evolve,
bisogna che la fede abbia sempre di nuovo questa capacità di
incarnarsi e di essere feconda. Giovanni Paolo Il, nell’82,
ai primi anni del suo pontificato, rivolgendosi ai laureati cattolici
diceva: "Una fede che non diventa cultura è una fede non
pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta".
Domandiamoci adesso, questo passaggio è un po’ più
impegnativo, quale è il fondamento di questa fecondità
della fede cristiana per il quale essa è sempre capace di produrre
e di generare cultura, di dialogare con la cultura, di uno scambio
fecondo con la cultura: il fondamento di questa fecondità
è semplicemente Gesù Cristo stesso. Non credo che possiamo
trovare altre spiegazioni. Certo si potrebbe poi dettagliare molto
più il discorso, ma se vogliamo andare alla radice, la fede
cristiana non è che un modo di ripetere attraverso i secoli
e in tutte le varianti e circostanze storiche lo stesso messaggio
che in concreto è una persona. Noi ricordiamo che sta scritta
nel Vangelo di Giovanni quella frase di Gesù: "Io sono
la via, la verità e la vita". Parola assolutamente esorbitante
se detta da qualsiasi persona semplicemente umana, ma che Egli ha
detto e poteva dire. Infatti in Gesù Cristo ci è proposta
una certa interpretazione, un certo modo di capire, di comprendere,
non in senso solo teorico, ma in senso anche pratico, in senso concreto,
chi siamo noi, chi è l'essere umano, l'uomo e la donna. E non
solo chi siamo noi, ma ancora di più, in un certo senso, e
più profondamente, chi è Dio. Gesù Cristo è
venuto anzitutto per rivelarci, in Lui, il vero volto di Dio. Di nuovo
in Giovanni troviamo la frase "Dio nessuno l'ha mai visto. Il
Figlio unigenito, che è nel seno del Padre ce lo ha rivelato".
Come rivelatore di chi è Dio realmente, di qual è l'atteggiamento
di Dio verso di noi e anche di chi siamo noi, di quale è il
nostro essere, e il nostro destino, Cristo è perennemente fonte
di cultura, generatore di cultura. Perché la cultura nasce
intorno a queste domande, dalla fatica di rispondere a queste domande.
Certo nasce anche da tante altre domande più particolari che
possono sembrare più concrete e più importanti, ma che
in realtà sempre sottintendono e hanno alla base queste domande
di fondo.
Naturalmente si tratta di dire oggi tutto questo, non basta sapere
che nel passato è stato detto con grande efficacia, si tratta
di declinare, di saper esprimere nella realtà per esempio nostra
italiana, veneta, trevigiana di oggi questo contenuto essenziale del
cristianesimo con un processo che, come ha detto molto bene Mons.
Magnani, è sempre aperto. Un processo che non si arresta e
che deve essere capace di intercettare la complessità della
società attuale, che è certo molto più complessa
della società in cui vivevo io da ragazzo 50 anni fa, e anche
molto più soggetta a mutamenti e molto più attraversata
da micro e macro conflitti. Dentro a questa società, e intercettando
e interpretando per così dire la sua complessità, bisogna
cercare di esprimere questa perenne fecondità di Cristo stesso.
Quindi, quando si parla di progetto culturale, non si pensa a restaurare
qualcosa del passato, si pensa a dire oggi e si spera di saper dire
anche domani Gesù Cristo nella vita della nostra gente, nella
nostra vita, nella vita della nostra città.
E' un processo che richiede d'altra parte discernimento. La cultura,
e in particolare il rapporto tra la fede cristiana e la cultura, vanno
avanti discernendo o, se vogliamo usare una parola più spiccia,
distinguendo: perché bisogna essere sempre capaci di capire,
di vedere cosa corrisponde, cosa è in sintonia con la persona
di Cristo, cosa può portare nella sua direzione, e cosa invece
non è in sintonia e va in senso contrario, per comprendere
come si possa generare di più questa sintonia. Perciò
noi abbiamo bisogno oggi, proprio come cristiani, di essere capaci
non soltanto di capire la realtà storica in cui viviamo, ma
anche di metterla con animo aperto, direi con cordialità, con
amore, ma anche con intelligenza critica, in rapporto con Cristo,
in rapporto con il Vangelo. Il dialogo da parte cristiana non può
che farsi così, altrimenti sarebbe soltanto un discorso fine
a se stesso, che non esprimerebbe quello che portiamo dentro di noi
e che dobbiamo cercare di comunicare, di offrire a tutti. Questo
per quanto riguarda il primo punto che è l'avere qualcosa
da dire.
2) Ciò che si vuol comunicare
bisogna essere capaci di dirlo
Mi fermerò un po’ di più, per forza di cose, sul
secondo punto, che è l'essere capaci di dirlo. Anzitutto ci
domandiamo chi è che deve essere capace di dire Cristo al mondo
di oggi. La risposta è molto semplice: incaricato di questo
è tutto il popolo di Dio.
Voi sapete che la Chiesa, specialmente con il Concilio Vaticano II,
ha cominciato di nuovo ad essere definita come popolo di Dio, espressione
antichissima dell'Antico Testamento e poi del Nuovo Testamento. La
Chiesa come popolo di Dio vuol dire tutti: dal Papa ai vescovi, ai
sacerdoti, i laici, i religiosi e le religiose, tutti coloro che hanno
le più diverse vocazioni e attività, ma che sono battezzati
e credenti. Questo è il popolo di Dio in concreto.
Il popolo di Dio è il soggetto incaricato della comunicazione
ecclesiale, del grande dialogo con tutti gli uomini, con tutta la
grande famiglia umana dentro la quale il popolo di Dio vive e alla
quale il popolo di Dio appartiene. Quindi, quando diciamo "La
Chiesa parla alla città", qui a Treviso è il popolo
di Dio che è in Treviso che parla con tutta la società
trevigiana. Il popolo di Dio preso nella pienezza delle sue componenti
e anche nelle sue varie articolazioni. Pensiamo ai vari compiti, alle
varie funzioni che la Chiesa riconosce in Cristo e per conseguenza
in se stessa: la funzione della preghiera, della liturgia e della
santificazione, la funzione dell'annuncio e dell'insegnamento del
Vangelo, la funzione della carità e solidarietà fraterna.
Tutto questo fa parte del grande compito comunicativo. Non si comunica
soltanto parlando, ma si comunica anche agendo, facendo, e si comunica
prima di tutto essendo qualche cosa. L'essere cristiano vive di fede,
di preghiera, di rapporto con Dio questa sera il vostro Vescovo mi
ha portato al Monastero della Visitazione dove è conservato
il cuore di S. Francesco di Sales, questa per me è stata un'esperienza
forte perché S. Francesco di Sales esprime in maniera emblematica
un grande comunicatore cristiano che ha tanto comunicato soprattutto
perché ha tanto amato, perché è stato tanto profondamente
cristiano proprio nel suo cuore, per così dire, in quell'organo
fisico che conservate qui a Treviso , per questo tutta la vita della
Chiesa è opera di comunicazione. Di certo ci vogliono anche
luoghi come questo Auditorium, deputati al dialogo e alla comunicazione.
Se vogliamo articolare di più, direi che anzitutto bisogna
che la Chiesa, il popolo di Dio, abbia la consapevolezza di questo
compito perché temo, anzi personalmente sono sicuro, che molti
cristiani anche buoni e sinceri non si sentono particolarmente coinvolti
in questo compito di comunicare Cristo nel mondo di oggi. Il vostro
Vescovo diceva bene che la cultura si lega alla evangelizzazione:
per questo compito è fondamentale non soltanto la consapevolezza
di doverlo assolvere, ma anche la fiducia di poterlo assolvere. Tante
volte forse c’è una certa consapevolezza, ma non c'è
abbastanza fiducia. Si pensa che sia troppo difficile, si pensa che
ci siano troppi ostacoli, troppe comprensioni negative e allora si
lascia perdere, si rinuncia.
Fatto questo primo panorama generale vorrei dire cose più specifiche,
sempre per quanto riguarda l'essere capaci di comunicare, in particolare
circa i requisiti su cui si costruisce questa capacità.
a) La coscienza di fede
Prima di tutto parlerei della coscienza della fede, nel senso di una
fede che sia veramente conscia di se stessa e che sappia guardare
la realtà con occhi illuminati. La fede è infatti un
particolare sguardo sulla realtà. Le cose che vediamo, le realtà
che vediamo sono le stesse che vedono coloro che non hanno la fede,
però chi vede quelle cose, chi riflette su quelle cose con
la fede, le coglie secondo dimensioni che senza la fede non si colgono
o si colgono diversamente. E' necessario avere questa consapevolezza.
Un grande padre gesuita morto ormai 70 anni fa, padre Revusselot,
parlava dello sguardo della fede, degli occhi della fede dati dallo
Spirito Santo. Quando sentiamo parlare dello Spirito Santo pensiamo
di solito a qualcosa di molto remoto. Lo Spirito Santo è in
noi, in quanto battezzati credenti, e ci guida, ci dà lo sguardo
per capire in senso cristiano la realtà quotidiana.
Una comunicazione che possono fare tutti i credenti non è l'omelia
che fa il sacerdote la domenica, ma è il capire in senso cristiano
la vita quotidiana e cercare di viverla come l'abbiamo capita. Questo
è il modo concreto di comunicare. E qui occorre, per la Chiesa
intera, una continua fatica del pensare. Non ritengo che si tratti
soltanto di essere più o meno abili nel comunicare e che se
a volte non arriviamo a comunicare abbastanza o non siamo abbastanza
ascoltati, è perché o manchiamo di mezzi per comunicare
o manchiamo di tecniche comunicative. Possono esserci questi problemi,
ma ci sono anche problemi più profondi che riguardano il capire.
I cristiani devono in ogni secolo, in ogni epoca sforzarsi di capire
la realtà in cui vivono. E' una realtà sempre nuova
e quindi richiede sempre nuovi sforzi del pensiero. Il Papa nell'enciclica
“Fides et ratio” ci invita a questa fatica del pensare
che è una fatica vera, forse più dura del lavorare
con le braccia, ma che è fondamentale perché le cose
vadano avanti e perché la proposta della fede vada avanti.
Questo richiede anche di essere liberi da quello che chiamerei il
conformismo culturale. E' un rischio che in ogni epoca possiamo correre
anche come cristiani, quello cioè di temere di distinguerci,
temere di dire qualcosa di diverso da quello che dicono tanti altri.
Certo non bisogna essere i bastian contrari, non bisogna dire di proposito
qualcosa di contrario agli altri perché l'altro ha detto diversamente,
ma bisogna avere la capacità, o meglio la libertà di
spirito per poter esprimere sinceramente quello in cui crediamo, senza
lasciarci appiattire su quello che comunemente si pensa. In questi
giorni è uscito un piccolo libro di un filosofo cattolico che
io stimo molto, Pietro Prini, che però mi sembra sia un po’
viziato da questo problema: egli coglie certe opinioni, certi modi
di vedere che sono molto diffusi tra la gente e a partire da questa
constatazione vera, fenomenologica, tira la conseguenza secondo cui
noi come cristiani, la Chiesa come tale, dobbiamo modificare le nostre
prospettive su alcuni punti che non sono punti marginali, ma sono
punti centrali per la fede cristiana. Credo che questo tipo di procedimento
sia sbagliato. Non si può procedere così e cioè
dire che, poiché oggi la gente pensa in un certo modo, anche
noi dobbiamo pensare così. Certamente va tenuto conto di quello
che la gente pensa, perché in ciò ci può essere
molto di vero o comunque di significativo, ma bisogna anche conservare
quella libertà di spirito, quel non conformismo a cui accennavo
prima.
b) La coscienza di Chiesa
Un secondo aspetto è l’avere la coscienza di fede nel
senso della coscienza di essere Chiesa, in altre parole il senso
di appartenenza alla Chiesa. Mi soffermo specificamente su questo
punto perché, ad essere sincero con voi, penso sia uno dei
punti sui quali siamo più deboli.
Proprio noi cattolici, e in particolare noi cattolici italiani, delle
varie regioni d'Italia, siamo molto deboli su questo, cioè
sul senso di appartenenza. C'è nel profondo un affetto alla
Chiesa, ma tante volte esso non si esprime a livello culturale, a
livello di pensiero, a livello anche di capacità di sostenere
una posizione. Si ha quasi il pudore che questa posizione non sia
qualcosa di settario, di aprioristico. Il senso di appartenenza alla
Chiesa nasce da una comprensione più profonda della Chiesa.
Anche di questo ho cercato di dire una parola oggi pomeriggio coi
giornalisti. E cioè la Chiesa non è anzitutto un fatto
istituzionale e nemmeno anzitutto un fatto sociologico. Certo è
anche un fatto sociologico e un fatto istituzionale, ma è
anzitutto un fatto mistico, è la presenza di Cristo in mezzo
a noi, la presenza del Dio e di Gesù Cristo in mezzo a noi
e il nostro rapporto con Lui, il fare unità con Lui. Qualcosa
che ha il suo vertice nei santi. E per fortuna in ogni epoca, anche
nella nostra, di santi ce ne sono tanti, anche più di quelli
che potrebbe sembrare allo sguardo superficiale, e tutti siamo chiamati
a metterci per questo cammino.
Quando si comprende questo, si sente il motivo profondo dell'appartenenza
alla Chiesa, che non è alternativo alla appartenenza a Cristo.
Qui da una parte occorre sempre avere una grande umiltà, perché
questa appartenenza è qualcosa che abbiamo ricevuto in dono,
non è il frutto di una nostra particolare bravura o di una
nostra particolare capacità, è un dono ricevuto, e però
insieme alla consapevolezza del dono ricevuto dobbiamo avere il senso
di questa elezione, cioè della grandezza di quel che abbiamo
ricevuto. Come sapete gli ebrei chiamavano se stessi il popolo eletto.
E’ una parola che può essere anche pericolosa. Però
nel suo senso autentico e profondo è una parola certamente
vera. Il popolo d'Israele è esistito come tale in virtù
e in conseguenza della scelta, della chiamata da parte di Dio. La
Chiesa nel Nuovo Testamento nasce in virtù dell'elezione fatta
da Cristo che chiama. Nei Vangeli abbiamo l'inizio di questo popolo
quando Gesù chiama i dodici, chiama le persone a seguirlo,
poi viene la Pentecoste ecc. Noi a volte sembra abbiamo smarrito il
senso di questa elezione che invece è alla base del nostro
essere cristiani e che implica non un motivo di orgoglio, ma un motivo
di servizio, perché coloro che sono chiamati sono chiamati
per essere missionari. La missione è costitutiva della Chiesa,
così queste persone sono chiamate non solo per se stesse,
ma per tutti, per porsi al servizio di tutti e per essere testimoni
per tutti.
c) La coscienza storica
Oltre la coscienza di fede e la coscienza di Chiesa userei una terza
volta la parola coscienza, per parlare di coscienza storica, cioè
capacità di interpretazione cristiana del nostro tempo. Gli
occhi della fede, di cui parlavo prima, vanno calati nel concreto
della storia per capire il nostro tempo. Qui non ci sono dogmi di
fede. Non si può dire in maniera dogmatica: il nostro tempo
è questo o quello. Sappiamo da Gesù che in ogni tempo
sono mescolati il grano e la zizzania, c'è il bene e il male.
Però bisogna cercare di avere un giudizio, una percezione di
quale è il senso e l'evolversi, il dinamismo che attraversa
il nostro tempo. Il nostro tempo, il tempo di questi ultimi anni,
è certamente il tempo della caduta, come si suol dire, delle
ideologie, ma più ampiamente direi anche della perdita di forza
di molti valori che hanno retto a lungo la nostra società e
la nostra civiltà.
Sembra che tutta la realtà sociale della vita sia diventata
più leggera, in questo senso si è parlato anche di pensiero
debole. E’ diffusa la consapevolezza di una certa provvisorietà,
di una grande difficoltà ad arrivare a delle certezze e quindi
per conseguenza anche di una grande difficoltà a prendere degli
impegni per la vita. Nelle rare occasioni in cui mi capita di celebrare
un matrimonio faccio una piccola predica agli sposi sulla libertà
che manifestano nel momento in cui si sposano. Se è vera,
se è abbastanza forte tale libertà, essi prendono in
mano in quell'atto, in quel momento, tutta la loro vita e fanno una
scelta per tutta la loro vita, come il prete quando riceve l'ordinazione.
Questa capacità di fare scelte forti, scelte per la vita, si
collega certamente con un’altra capacità, quella di avere
convinzioni profonde, convinzioni forti. Un tempo di pensiero debole
è anche per forza di cose un tempo di scelte instabili. Questa
forse, in maniera superficiale e sommaria, è un po’
la caratterizzazione del nostro tempo, che diventa a sua volta una
ideologia. Non è soltanto una constatazione, vari pensatori
la presentano infatti come il meglio, dicendo che è giusto
che sia così, che deve essere così e anche che è
uno sbaglio avere idee forti o fare scelte impegnative per la vita.
Bisognerebbe stare a questo livello più superficiale perché
solo così si potrebbe vivere bene, solo così si potrebbe
vivere pacificamente gli uni con gli altri, stare insieme serenamente,
e solo così si potrebbe essere alla fine felici.
Penso che in questa prospettiva ci sia qualcosa di abbastanza illusorio,
perché se rimaniamo alla superficie proibiamo a noi stessi
di seguire il dinamismo profondo che portiamo dentro di noi. Il dinamismo
che il bambino esprime nella domanda: perché? perché
questo? perché quello? E’ la domanda senza limiti che
va sempre avanti e per la quale non ci fermiamo mai. L'uomo, la persona
umana non si ferma mai nel cercare e vuole capire e vuole arrivare
a un fondamento. Anche nell'amore umano si cerca sempre qualcosa
di assoluto, qualcosa che sia per sempre, qualcosa che soddisfi fino
in fondo anche se magari si può dubitare di non riuscire a
raggiungerlo. Ecco perché credo che l’atmosfera culturale
di questi anni, che è stata espressa nella forma del pensiero
debole (potrei parlare di nichilismo e usare tante altre parole, ma
non è qui il caso), sia anch'essa abbastanza transitoria, come
è stata transitoria quella fase che sembrava dovesse durare
ben a lungo: il periodo, gli anni del predominio culturale del marxismo.
Dobbiamo ricordare che non solo nei paesi d'oltrecortina, ma anche
qui in Italia c'è stato negli anni 70 un tempo di forte predominio
culturale del marxismo, che sembrava dovesse essere di lunghissimo
periodo, dovesse essere la strada del futuro. E invece poi questo
predominio è passato in maniera molto rapida, imprevedibilmente
rapida, e coloro stessi che prima erano stati quelli che avevano affermato
questo predominio poi hanno praticamente lasciato completamente
da parte questo discorso.
A livello anzitutto culturale credo che, senza voler sapere il futuro,
qualcosa del genere possa capitare anche per il pensiero debole,
perché esso corrisponde troppo poco alle aspirazioni più
profonde delle persone. Anche se è vero che corrisponde forse
alla fase storica che stiamo attraversando, cioè alle realtà
sociali che oggi stanno mutando e che sono molto complicate e fuggevoli
e possono portare ad atteggiamenti di questo tipo.
Quindi coscienza storica in questo senso: cercare di capire il proprio
tempo, vedere quali sono le correnti che lo portano avanti, ma anche
quale è il senso di queste correnti, quale è la loro
sintonia o non sintonia con i bisogni profondi dell'uomo, per poter
guardare più in là, per poter guardare più avanti.
d) La responsabilità per l'uomo
Qui viene il quarto aspetto che ritengo importante, cioè, oltre
alla coscienza di fede, alla coscienza di essere Chiesa e alla coscienza
storica, quella che chiamerei la responsabilità per l'uomo:
sentirsi responsabili dell'umanità. Il Papa, nella conclusione
della sua lettera “Mulieris dignitatem”, dedicata alla
donna, dice che la donna è la custode dell'autentica umanità
degli esseri umani. Possiamo ampliare all’uomo, e parlare dell’uomo
e della donna come custodi dell'autentica umanità. “Sentirsi
responsabili per l'uomo” significa avere una responsabilità
“antropologica”: nel nostro tempo infatti vengono alla
luce le conseguenze di un certo spartiacque, di un certo crinale
antropologico, cioè di uno spartiacque nel capire l'uomo, nell'interpretare
l'uomo, nel rispondere alla domanda: chi siamo noi? Spartiacque che
risale a qualche secolo fa. Lo spartiacque fondamentalmente è
questo: se l'essere umano si riconduca alla natura e non sia altro
che una parte, una dimensione della natura, se volete un fiore, il
fiore più bello che la natura produce nella sua evoluzione,
o se invece l'essere umano sia anche qualcosa d'altro. L'essere umano
certamente è parte della natura, è frutto della natura,
ma è solo questo o è anche qualcosa di più? La
visione cristiana dell'uomo è sempre stata incentrata sul fatto
che l'uomo e la donna sono creati a immagine e somiglianza di Dio.
E in questo senso sono qualitativamente diversi da tutti gli altri
esseri della natura, a cui pure appartengono e con i quali sono solidali.
Questo è lo spartiacque. E' reale questa diversità
o non è reale? Non si può mettere tra parentesi questa
domanda.
Storicamente credo di poter mostrare in poche battute come questa
domanda è venuta alla ribalta. Quando molti pensatori hanno
cominciato a ritenere che in fondo non ci fosse questo spartiacque,
che cioè l'uomo fosse semplicemente un essere della natura
come gli altri, si è però subito pensato di dover salvaguardare
la specificità dell'uomo, la sua diversità e superiorità,
almeno dal punto di vista morale e sociale, quindi legislativo. Pertanto
si è continuato a mandare avanti un insieme di leggi, di istituzioni,
di costumi e di comportamenti che erano quelli cristiani classici,
basati sulla convinzione che l'uomo è qualcosa di diverso,
qualcosa che emerge rispetto alla natura. Al primo sinodo europeo
che abbiamo celebrato nel 1991 io che ero relatore, il Presidente
della Conferenza episcopale tedesca e il Presidente di quella cecoslovacca,
stendendo la dichiarazione finale, abbiamo scritto che questa posizione,
mantenutasi per almeno due secoli nel costume e nella legislazione
nonostante fosse stata colpita e ferita nel suo fondamento teoretico,
nel nostro secolo si va progressivamente sfaldando anche sul piano
pratico. Se guardiamo a tanti fenomeni sociali, comportamentali,
morali, legislativi, che riguardano aspetti fondamentali della vita
umana, come la famiglia o l'uso della libertà, vediamo che
istituzioni e convinzioni che hanno attraversato altri secoli vengano
oggi rapidamente messe da parte. E' davvero un mutamento storico e
culturale profondissimo, un mutamento antropologico, che mette in
luce come quello spartiacque sia davvero decisivo.
Non credo che sarà possibile per nessuna via né politica,
né legislativa, né istituzionale, né comportamentale
tenere in piedi il volto cristiano dell'uomo, il volto cristiano
della nostra civiltà, se non c'è, alla base, una precisa
convinzione su chi siamo noi, che cioè non siamo soltanto particelle
della natura, risultati della natura. Questa è la grande sfida
che abbiamo davanti a noi e che può segnare in un senso o nell'altro
il nostro futuro.
e) La capacità di impegno e di
servizio
Accenno ora ad un ultimo aspetto, un'ultima condizione per essere
capaci di comunicare. E’ una condizione molto concreta: la
capacità di impegno e di servizio. Di solito alla Chiesa viene
riconosciuta la capacità di fare tante attività e iniziative
a favore dei più poveri, delle situazioni più difficili,
e questo è fondamentale. Ma esistono fortunatamente anche
delle capacità di impegno e di servizio in certo senso più
ampie, cioè non limitate alle situazioni più difficili
e disperate, ma che comprendono anche le situazioni normali. Come
quelle della persona che vive dentro alla sua famiglia, nella scuola,
negli ambienti di lavoro, e qui sa fare parecchio, sa testimoniare.
La radice di tutto ciò è la carità teologale
cioè lo Spirito Santo che dà gli occhi per vedere, ma
dà anche la volontà e il cuore per fare e per decidere.
Per il cristianesimo infatti la volontà dell'uomo non è
affatto autosufficiente. Noi tante volte pensiamo che la salute, la
ricchezza, il successo dipendano anche da tanti fattori esterni, ma
che la volontà dipenda solo da noi. Questa però è
una visione non cristiana dell'uomo. La volontà per prima ha
bisogno di essere aiutata e rinforzata dalla presenza di Dio dentro
di noi. Questa capacità di servizio, che viene da Dio, è
la base che rende possibile tutto il resto: senza di essa avremmo
solo parole a cui non corrispondono i fatti.
Inoltre, questa capacità di servizio, se c'è realmente,
è creativa. Deve essere creativa per tradurre la fede e i valori
cristiani in un'immagine di vita, in cose che la gente possa toccare
con mano. Quando si parla delle immagini si pensa alla civiltà
delle immagini. Ad esempio al giornale "Avvenire" e alla
nuova emittente televisiva “Sat 2000” che cercano di esprimere
per immagini di vita le convinzioni cristiane. Ma questo, seppure
importantissimo, viene in seconda battuta. In prima battuta ci sono
quelle immagini di vita che non sono le immagini scritte sul giornale
o trasmesse per televisione, ma le immagini realmente vissute. Immagini
che incontriamo nell'altro che vive in un certo modo o che noi stessi
possiamo essere per gli altri. Questo è il punto decisivo.
Essere capaci e sentirci stimolati ad essere positive immagine di
vita per il nostro prossimo.
C’è una domanda che dà voce a un sospetto, che
temo diffuso e che trovo spesso sui giornali. La domanda è
questa: siamo in grado oggi di fare tutto questo? Non stiamo piuttosto
vivendo in tempi ben diversi, in tempi che vanno in senso contrario,
in tempi di indebolimento e di perdita di rilevanza della Chiesa?
Venendo qui, dicevo al vostro Vescovo che qui a Treviso non si ha
questa impressione. Si ha l'impressione di una Chiesa molto viva.
Bisogna ringraziare il Signore di questo. Ma girando un po’
il mondo, come sono costretto a fare, vedo che da tante parti questa
impressione di un indebolimento, di uno svuotamento può corrispondere
alla realtà.
Vedo però anche tante cose positive e allora penso che è
difficile fare previsioni e non è forse nemmeno utile farle.
Il cristianesimo sempre, e quindi anche adesso, è dentro alla
storia e la storia è sempre una questione aperta, non è
una questione già decisa, in cui necessariamente le cose o
andranno bene o andranno male. La storia è una sfida aperta,
una vicenda aperta in cui le cose possono andare bene e possono andare
male: dipende dalle scelte che concretamente si fanno, e in ultima
analisi dipende da nostro Signore, al quale dobbiamo quotidianamente
rivolgerci nella preghiera.
3) Un compito particolare
In questo contesto vorrei ricordare un invito e una richiesta che
il Papa più volte ha fatto all'Italia, in particolare al Convegno
di Palermo di tre anni fa, in cui la Chiesa italiana si è ritrovata
per riflettere sul presente e sul futuro. In quell’occasione
il Papa ci ha richiamato alle responsabilità dell'Italia verso
l'Europa, per mantenere vivo in Europa quel patrimonio, quell'eredità
cristiana di fede e di cultura cristiana di cui l'Italia è
ricca fin da quando gli Apostoli Pietro e Paolo sono arrivati qui
all'inizio del cristianesimo.
A noi italiani questo può suonare un po’ strano, quasi
che nel dare a noi un compito così il Papa dimostri di non
conoscerci abbastanza bene, di farsi qualche illusione. Ritengo invece
che ci conosca bene, soprattutto comparativamente. Certo non siamo
perfetti, tutt'altro. Ma, a un giudizio comparativo, se guardiamo
all'Italia e a varie altre nazioni europee, davvero si capisce come
all'Italia in particolare tocchi oggi questo compito.
Non soltanto perché parlo a Treviso, credo di poter dire che
in particolare tocca a terre come la vostra, perché qui c’è
un grande avanzamento un rapidissimo sviluppo e una rapidissima trasformazione
dal punto di vista socio economico, e nello stesso tempo c’è
una fortissima radice cristiana. Si parla dello zoccolo duro del cristianesimo,
che c'è un po’ in tutta l'Italia, ma qui certamente è
radicatissimo. Spesso queste cose nella pubblicistica sono viste
come alternative, secondo lo stereotipo che prima c'era questo radicamento
cristiano, e poi lo sviluppo l’abbondanza di denaro lo avrebbero
svuotato e rischierebbero di dissolverlo.
Penso che dobbiamo uscire da questa alternativa, altrimenti il cristianesimo
andrebbe bene soltanto per i periodi in cui si è poveri, in
cui si hanno problemi. Tutto questo non ha molto senso: dobbiamo inoltre
allargare un po’ l'orizzonte e renderci conto che un paese come
gli Stati Uniti d'America, certamente tra i più evoluti, non
è uno dei paesi meno religiosi, anzi è uno dei paesi
più religiosi, un paese in cui la fede in Dio è più
alta, contrariamente a quello che la gente pensa, ma le inchieste
danno regolarmente questo risultato.
Tornando a noi, occorre cercare di giocare insieme queste due carte,
nel senso che questa terra, proprio perché adesso che ha una
forza socioeconomica, una vitalità e un dinamismo che prima
non aveva, può esercitare nel contesto italiano e nel contesto
europeo un influsso positivo, in senso cristiano, che viene da tutta
la sua storia e la sua cultura, ma che prima poteva forse esercitare
meno perché pesava di meno nel panorama italiano e tanto più
nel panorama europeo.
Questa mi sembra la prospettiva nella quale può collocarsi
una struttura come questo auditorium San Pio X. Una prospettiva profondamente
positiva, intrisa di speranza, di fiducia, pur sapendo che la storia
è aperta e che non ha affatto una già scontata conclusione
a lieto fine.
Perché la Chiesa possa davvero dialogare con la città
e con la società bisogna sempre mantenere insieme i due punti
focali di quell’ellisse che è il Cristianesimo nella
storia. Uno dei due punti focali è il dialogo, l'apertura,
la capacità di ascoltare e di parlare, l'altro è il
senso del dono ricevuto e quindi della propria identità.
Questa penso sia la sfida per il secolo che sta per venire: tenere
insieme la nostra identità cristiana con la nostra apertura,
la nostra capacità di ascolto.
Questo è anche l'augurio che faccio a voi, a me e a questo
auditorium San Pio X.
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